Fascicolo n. 1 — Chi ha ucciso Tutankhamon?

Anatomia di una morte irrisolta tra traumi, malattie, lotte di potere e indizi ingannevoli

Quando Howard Carter sollevò la prima bara antropoide di Tutankhamon, si trovò davanti a un’immagine di abbagliante perfezione. Il volto d’oro del faraone sembrava aver attraversato intatto più di tremila anni: giovane, sereno, sottratto alla corruzione del tempo. Sotto quella maschera, però, il corpo raccontava una storia molto diversa.

La mummia era fragile, annerita dalle resine, aderente al fondo della bara e in condizioni tanto precarie da rendere necessario un intervento estremamente invasivo. Il corpo venne separato in più parti per liberarlo dagli unguenti solidificati e recuperare gli ornamenti che lo avvolgevano. Alcune ossa risultavano danneggiate, il torace appariva gravemente incompleto e nella cavità cranica erano presenti piccoli frammenti ossei.

Era il cadavere di un sovrano morto a diciotto o diciannove anni, senza un erede vivente, in uno dei momenti più delicati della storia egizia. Tutankhamon era scomparso improvvisamente, lasciando il trono a uomini potenti che avevano governato accanto a lui e che, dopo la sua morte, avrebbero assunto personalmente la corona.

Malattia? Incidente? Aggressione? Congiura?

Per decenni la domanda è stata formulata nel modo più seducente: chi ha ucciso Tutankhamon?

Ma un investigatore non deve partire dall’idea che un delitto sia avvenuto. Deve anzitutto stabilire se esista un delitto sul quale indagare.

Il fascicolo può essere aperto.

Il reperto principale: il corpo del faraone

Tutankhamon morì intorno al 1323 a.C., negli ultimi decenni della XVIII dinastia. La sua età al momento della morte è stata stimata sulla base dello sviluppo scheletrico e dentario: aveva probabilmente diciotto o diciannove anni. Era salito al trono ancora bambino, forse attorno agli otto o nove anni, con il nome di Tutankhaton, “immagine vivente di Aton”, modificato successivamente in Tutankhamon, “immagine vivente di Amon”.

Il cambiamento non fu soltanto nominale. Il giovane sovrano regnò durante la difficile restaurazione religiosa e politica seguita alla rivoluzione di Akhenaton. La corte abbandonò progressivamente Akhetaton, l’attuale Amarna; il culto di Amon e delle altre divinità tradizionali venne ripristinato; i templi recuperarono beni, personale e prestigio.

Il celebre decreto di restaurazione, fatto incidere durante il suo regno, descrive un paese nel quale i santuari erano stati abbandonati, gli dèi trascurati e l’ordine religioso compromesso. Naturalmente si tratta di un documento politico, non di una cronaca imparziale: il testo doveva legittimare il nuovo corso contrapponendolo all’esperienza amarniana. Tuttavia rivela l’ampiezza della trasformazione in atto.

Tutankhamon non governava da solo. Accanto a lui agivano figure di enorme rilievo: il dignitario Ay, il comandante militare Horemheb, i sacerdoti di Amon e gli amministratori che stavano ricostruendo gli equilibri dello Stato.

Quando il re morì senza lasciare figli sopravvissuti, l’intero sistema entrò in una crisi di successione.

La morte di un adolescente, in simili circostanze, non poteva che apparire sospetta agli occhi dei posteri. Ma il primo dato da registrare è negativo: non possediamo alcun testo egizio contemporaneo che descriva le circostanze della morte di Tutankhamon.

Nessuna cronaca parla di un attentato. Nessuna iscrizione denuncia un tradimento. Nessun documento nomina un assassino. Non conosciamo il luogo in cui il faraone morì, né sappiamo chi si trovasse con lui nelle ultime ore.

Il principale testimone del caso non è dunque un documento, ma il suo corpo.

Ed è un testimone gravemente danneggiato.

Una sepoltura preparata in fretta

La tomba di Tutankhamon, contrassegnata dalla sigla KV62, venne scoperta nella Valle dei Re il 4 novembre 1922. Il 26 novembre Carter, alla presenza di lord Carnarvon, riuscì a osservare per la prima volta l’interno dell’anticamera. Alla domanda se vedesse qualcosa, rispose con la frase divenuta celebre: «Sì, cose meravigliose».

La tomba conteneva più di cinquemila oggetti: letti cerimoniali, carri, archi, frecce, bastoni, cofanetti, vasi, abiti, sandali, gioielli, statue, arredi, cibi, vini e tutto ciò che si riteneva necessario per garantire al re una vita eterna conforme al suo rango.

Eppure KV62 è insolitamente piccola per un faraone del Nuovo Regno. La sua struttura comprende un corridoio, un’anticamera, un annesso, una camera funeraria e la cosiddetta stanza del tesoro. Soltanto la camera funeraria presenta decorazioni murali, eseguite con una tecnica relativamente rapida.

La ridotta estensione della tomba ha fatto pensare che non fosse stata originariamente progettata per Tutankhamon o che, al momento della sua morte, il sepolcro reale destinato a lui non fosse ancora pronto. Non possiamo dimostrare con certezza a chi fosse destinata KV62, ma diversi elementi indicano che la morte del giovane sovrano colse la corte impreparata.

Anche il corredo pone interrogativi. Alcuni oggetti sembrano essere stati prodotti per altri membri della famiglia reale e successivamente adattati. Iscrizioni e nomi furono talvolta modificati; certi manufatti conservano tracce riconducibili al turbolento ambiente della corte amarniana.

Questo non significa necessariamente che vi fosse qualcosa da nascondere. La morte di un re richiedeva una risposta immediata: secondo la tradizione, il corpo doveva essere mummificato e sepolto al termine di un ciclo rituale generalmente valutato in circa settanta giorni. Recuperare, modificare e riutilizzare oggetti disponibili nei magazzini reali poteva essere una necessità pratica.

La fretta della sepoltura è quindi un indizio di morte inattesa. Ma una morte inattesa non è necessariamente una morte violenta.

La prima autopsia: un corpo prigioniero dell’oro

La camera funeraria venne aperta nel 1923, ma l’esame della mummia ebbe luogo soltanto nel novembre 1925. Il corpo era racchiuso in una successione di sacrari, sarcofagi e bare, quasi una fortificazione simbolica costruita attorno al sovrano.

La mummia giaceva nella bara più interna, realizzata in oro massiccio. Le grandi quantità di resine e unguenti versate durante l’imbalsamazione si erano indurite, incollando il corpo alla bara. Carter e l’anatomista Douglas Derry tentarono di liberarlo, ma l’operazione si rivelò estremamente difficile. Per separare la mummia dagli involucri si ricorse a incisioni, leve, calore e alla disarticolazione di varie parti del corpo.

L’esame stabilì che il re era giovane, di corporatura relativamente gracile e alto in vita circa 167 centimetri. Non venne identificata una causa di morte evidente.

Questo dato è essenziale: nel 1925 non fu scoperta alcuna ferita sicuramente letale. Ma l’autopsia non può essere giudicata con i criteri della medicina forense contemporanea. I tessuti molli erano in gran parte alterati, gli organi interni erano stati rimossi dagli imbalsamatori e la stessa estrazione dalla bara produsse danni che avrebbero reso più difficile distinguere le lesioni antiche da quelle moderne.

In seguito la mummia subì ulteriori deterioramenti. Quando venne nuovamente esaminata, alcune parti risultavano mancanti o spostate. Il corpo di Tutankhamon non è quindi una scena del crimine rimasta immutata dal XIV secolo a.C.: è un reperto trasformato dall’imbalsamazione, dal saccheggio parziale della tomba in antico, dal trascorrere dei millenni e dagli interventi compiuti dopo il 1922.

Ogni diagnosi deve fare i conti con questa stratificazione di danni.

L’indizio nel cranio e la nascita dell’ipotesi dell’omicidio

Nel 1968 una squadra diretta dall’anatomista Ronald Harrison sottopose la mummia a un esame radiografico. Le immagini mostrarono piccoli frammenti ossei liberi nella cavità cranica e un’area anomala nella parte posteriore del cranio.

La possibilità che Tutankhamon fosse stato colpito alla testa acquistò rapidamente forza. Il racconto aveva tutti gli elementi necessari per affascinare il pubblico: un faraone adolescente, una corte dominata da uomini ambiziosi, una morte improvvisa, una ferita nascosta e una successione vantaggiosa per i presunti congiurati.

La teoria si trasformò gradualmente in una ricostruzione quasi cinematografica. Tutankhamon sarebbe stato aggredito alle spalle, forse mentre si trovava inginocchiato o seduto. Un colpo inferto con un oggetto contundente avrebbe provocato una lesione fatale alla base del cranio. Gli assassini avrebbero poi organizzato una sepoltura frettolosa e affidato alla mummificazione il compito di cancellare le prove.

Il sospettato principale divenne Ay.

Era un alto dignitario della corte, aveva ricoperto incarichi importanti già sotto Akhenaton e, dopo la morte di Tutankhamon, salì al trono. Nella camera funeraria della KV62 è raffigurato mentre celebra sul corpo del re il rito dell’“apertura della bocca”, una funzione di enorme valore religioso e dinastico. Ay appare già con gli attributi regali, come legittimo successore.

Il movente sembrava evidente: eliminando il faraone, avrebbe conquistato la corona.

Ma un movente non dimostra un omicidio. E salire al trono dopo la morte di un sovrano non significa averne provocato la fine.

Nel 2003 una nuova valutazione delle radiografie del cranio concluse che le anomalie osservate erano spiegabili come modificazioni post mortem e conseguenze delle tecniche di imbalsamazione. I frammenti ossei apparivano liberi nella cavità cranica e cambiavano posizione nelle diverse immagini: un comportamento incompatibile con frammenti rimasti stabilmente inglobati nella resina a seguito di una lesione avvenuta prima della morte.

La prova regina dell’omicidio stava perdendo consistenza.

La TAC del 2005: il colpo alla testa non c’era

Il 5 gennaio 2005 la mummia venne rimossa temporaneamente dalla tomba e sottoposta a tomografia computerizzata. L’esame produsse più di milleseicento immagini, permettendo di osservare il corpo con una precisione impossibile per le precedenti radiografie.

La TAC non individuò una frattura cranica compatibile con un colpo mortale.

Non furono trovate le caratteristiche reazioni ossee o le tracce che ci si attenderebbe da un grave trauma inferto quando il faraone era ancora vivo. L’area alla base del cranio e i frammenti presenti all’interno potevano essere spiegati dall’imbalsamazione, dalla manipolazione del cadavere o dagli interventi effettuati durante la rimozione della maschera e degli ornamenti.

La teoria secondo cui Tutankhamon sarebbe stato ucciso con un colpo alla nuca deve quindi essere considerata, allo stato delle conoscenze, priva di sostegno anatomico.

Non è possibile affermare che nessuno abbia mai colpito il re. I tessuti molli sono troppo deteriorati per escludere ogni forma di violenza. Un avvelenamento, un soffocamento o una ferita che non avesse lasciato segni sullo scheletro sarebbero difficili, se non impossibili, da riconoscere dopo oltre tremila anni.

Ma questo è un limite della prova, non una prova del delitto.

L’assenza di elementi capaci di escludere qualsiasi omicidio immaginabile non autorizza a considerare probabile un assassinio per il quale non possediamo evidenze positive.

Il cranio di Tutankhamon non accusa Ay, Horemheb o altri membri della corte.

Il secondo indizio: la frattura della gamba sinistra

La TAC rivelò un elemento molto più interessante: una frattura sopracondiloidea del femore sinistro, poco sopra il ginocchio.

La lesione presentava margini diversi da quelli delle numerose rotture prodotte sul corpo mummificato. Non mostrava segni di guarigione e una sostanza interpretata come materiale da imbalsamazione sembrava essere penetrata nella zona della frattura. Se questa lettura è corretta, la ferita era ancora aperta quando il corpo venne trattato dagli imbalsamatori.

Tutankhamon potrebbe dunque essersi fratturato la gamba poco prima della morte.

Una frattura esposta del femore, in un’epoca priva di antibiotici e di chirurgia moderna, poteva avere conseguenze gravissime: emorragia, shock, infezione, setticemia, embolia adiposa o immobilizzazione prolungata. Anche un giovane apparentemente sano avrebbe potuto morire nell’arco di poche ore, giorni o settimane.

Il faraone, tuttavia, potrebbe non essere stato completamente sano.

La frattura è diventata il fulcro di varie ricostruzioni. Secondo alcuni studiosi sarebbe stata provocata da una caduta; secondo altri da un incidente con un carro. È stata persino proposta l’immagine di Tutankhamon investito o schiacciato durante una battuta di caccia.

Ma il dato certo si ferma alla possibile lesione perimortale. La TAC non può raccontarci come si produsse.

Inoltre, non tutti gli studiosi concordano sulla sua interpretazione. La frattura potrebbe essere stata provocata o ampliata durante l’imbalsamazione, l’estrazione del corpo dalla bara o una delle successive manipolazioni. Douglas Derry, nel corso dell’esame del 1925, non la segnalò espressamente. È possibile che gli sia sfuggita, ma il silenzio invita alla prudenza.

La sostanza presente nella frattura è stata interpretata come resina penetrata nella ferita prima della mummificazione, ma anche questo argomento non è universalmente ritenuto conclusivo. Il corpo venne immerso e cosparso di sostanze liquide, poi manipolato ripetutamente: ricostruire con certezza il momento in cui una resina raggiunse una determinata superficie ossea è estremamente difficile.

La frattura rimane un indizio importante, forse il più concreto. Non è però una confessione scritta nelle ossa.

Il carro spezzato: incidente o ricostruzione spettacolare?

Nella tomba furono rinvenuti sei carri smontati. Tutankhamon è rappresentato in scene ufficiali mentre caccia o combatte su un carro, secondo l’iconografia regale del Nuovo Regno.

Da questi elementi è nata l’ipotesi dell’incidente: il giovane re sarebbe caduto durante una corsa, una caccia o un’azione militare, riportando la frattura del femore e forse gravi lesioni al torace.

La parte anteriore del torace della mummia è infatti mancante: non sono più presenti lo sterno, parte delle costole e alcune strutture adiacenti. Anche il cuore non è stato identificato. Alcune ricostruzioni hanno interpretato queste assenze come conseguenza di un impatto devastante, capace di schiacciare il petto del faraone.

L’ipotesi possiede forza narrativa, ma incontra un problema decisivo: le fotografie scattate durante l’esame del 1925 indicano che almeno una parte delle costole e delle strutture toraciche oggi mancanti era allora ancora presente.

Il torace potrebbe essere stato danneggiato dopo la scoperta, forse durante la rimozione di un grande collare lasciato sul corpo o in occasione di interventi non adeguatamente documentati. Quando la mummia venne radiografata nel 1968, le perdite erano già visibili.

Non possiamo quindi usare con sicurezza il torace attuale per ricostruire un incidente avvenuto nell’antichità. Le lesioni più spettacolari potrebbero appartenere non alla morte del faraone, ma alla storia moderna della sua mummia.

La frattura del femore resta compatibile con una caduta da un carro, ma non la dimostra. Tutankhamon avrebbe potuto inciampare, cadere da una scala, essere ferito durante una caccia o subire un qualsiasi altro incidente.

Anche l’idea che non fosse fisicamente in grado di guidare un carro deve essere trattata con cautela. Le immagini reali hanno valore simbolico e non fotografico, ma un’eventuale difficoltà nel camminare non avrebbe necessariamente impedito al faraone di salire su un veicolo, magari con assistenza. Al contrario, proprio un carro avrebbe potuto facilitare i suoi spostamenti.

Il caso resta aperto: l’incidente è plausibile, il carro è possibile, lo schiacciamento toracico non è dimostrato.

Un faraone fragile?

L’esame del 2005 e le successive analisi hanno restituito l’immagine di un giovane con diversi problemi fisici. Sono state proposte diagnosi di piede torto, necrosi ossea, malattia di Köhler, scoliosi, palatoschisi e altre anomalie congenite.

Lo studio pubblicato nel 2010 sul Journal of the American Medical Association individuò nel piede sinistro una deformità e alterazioni ossee interpretate come necrosi avascolare. Gli autori ritennero che Tutankhamon potesse avere difficoltà nel camminare.

Nella tomba furono trovati più di cento bastoni e scettri, alcuni dei quali mostrano segni di usura. Questo dato è stato utilizzato per sostenere che il faraone avesse realmente bisogno di appoggiarsi durante gli spostamenti.

L’argomento è plausibile, ma non definitivo. Bastoni e scettri erano anche simboli di dignità e potere. La loro presenza in una tomba reale non costituisce automaticamente una farmacia ortopedica. L’usura di alcuni esemplari, tuttavia, suggerisce che almeno parte di essi possa essere stata utilizzata.

Occorre evitare anche un altro errore: trasformare Tutankhamon in una figura completamente invalida sulla base di ricostruzioni moderne spesso amplificate dai documentari. Alcune presunte patologie potrebbero dipendere dalla pressione delle fasciature, dalle trasformazioni post mortem o dalla difficoltà di distinguere una variante anatomica da una malattia in un corpo mummificato.

Le immagini che mostrano il faraone seduto mentre scocca frecce o svolge altre attività possono avere un rapporto con una limitazione motoria, ma appartengono anche al linguaggio dell’arte di corte. Non possono essere lette come cartelle cliniche.

Il quadro più prudente è quello di un giovane che potrebbe aver sofferto di disturbi al piede e di una ridotta mobilità, senza che sia possibile quantificarne con certezza la gravità.

La famiglia reale e il peso della consanguineità

Le analisi genetiche effettuate su undici mummie attribuite alla famiglia reale della XVIII dinastia hanno proposto una ricostruzione della parentela di Tutankhamon.

Secondo lo studio del 2010, la mummia maschile proveniente dalla tomba KV55 e la cosiddetta “Younger Lady” della KV35 sarebbero stati i genitori del faraone e avrebbero avuto tra loro una parentela di primo grado, compatibile con un rapporto tra fratello e sorella. La mummia della KV55 è stata spesso identificata con Akhenaton, mentre l’identità della Younger Lady rimane sconosciuta.

La consanguineità era praticata all’interno della casa reale egizia, anche per preservare la continuità dinastica e la natura sacrale della regalità. Un’unione tra parenti stretti può aumentare la probabilità che determinate varianti genetiche recessive si manifestino nella prole.

Tuttavia sarebbe scorretto costruire una catena automatica: genitori consanguinei, dunque figlio malato, dunque morte inevitabile. Lo studio genetico ha fornito dati importanti, ma l’analisi del DNA antico è estremamente complessa. Contaminazione moderna, degradazione del materiale, campioni incompleti e difficoltà nella replicazione possono condizionare i risultati.

Anche l’identificazione nominale delle mummie non deriva dal DNA da solo. Un profilo genetico può stabilire una relazione biologica, ma non può dire se un individuo si chiamasse Akhenaton, Smenkhkara o in altro modo. Per attribuire un nome servono contesto archeologico, iscrizioni, età biologica, cronologia e confronti storici.

Possiamo dunque ritenere molto probabile che Tutankhamon appartenesse a una rete familiare caratterizzata da unioni tra consanguinei. Non possiamo invece attribuire ogni sua possibile patologia a questa pratica, né considerarla da sola la causa della morte.

La malaria: il nemico invisibile

Lo studio pubblicato nel 2010 individuò nel corpo di Tutankhamon sequenze genetiche attribuite a Plasmodium falciparum, il parassita responsabile della forma più grave di malaria. Tracce analoghe furono segnalate anche in altre mummie della famiglia reale.

Se corretta, l’analisi dimostrerebbe che il faraone contrasse la malaria, forse più volte.

Nell’Egitto antico, la presenza di acque stagnanti, canali, aree irrigate e ambienti favorevoli alle zanzare rendeva possibile la diffusione della malattia. Una forma grave di malaria può provocare febbre elevata, anemia, insufficienza multiorgano, alterazioni neurologiche e morte.

La combinazione tra malaria, problemi ossei e una frattura esposta del femore ha portato gli autori dello studio a proporre una spiegazione multifattoriale. Tutankhamon, già indebolito, avrebbe subito un trauma; l’infezione malarica o le complicazioni della ferita avrebbero superato le sue capacità di resistenza.

È attualmente una delle ipotesi scientifiche più accreditate.

Ma anche in questo caso la prudenza è necessaria. La presenza del parassita non dimostra che la malaria abbia provocato la morte. Un individuo può contrarre l’infezione, sviluppare una certa immunità e morire successivamente per cause completamente diverse. Alcuni membri della famiglia reale nei quali sono state rilevate tracce del parassita raggiunsero un’età molto più avanzata.

Inoltre, il rilevamento di DNA antico richiede procedure rigorose e replicazioni indipendenti. Lo studio del 2010 è fondamentale, ma non ha chiuso definitivamente la discussione.

La malaria è dunque un elemento concreto del quadro clinico. La sua qualifica di “assassino” rimane una conclusione probabilistica.

I sospettati

Se Tutankhamon fosse stato assassinato, chi avrebbe potuto desiderarne la morte?

Un’indagine storica deve valutare opportunità, interessi e conseguenze. Ma deve anche impedire che la ricerca di un colpevole trasformi ogni successore in un omicida.

Ay, il beneficiario immediato

Ay è il primo nome che compare nel fascicolo. Proveniva dall’élite della corte amarniana e portò titoli prestigiosi, tra i quali quello di “padre del dio”, la cui esatta interpretazione rimane discussa. Durante il regno di Tutankhamon dovette esercitare una notevole influenza.

Dopo la morte del giovane faraone, Ay salì al trono. Nella decorazione della camera funeraria di Tutankhamon è raffigurato mentre compie il rito dell’apertura della bocca sul sovrano defunto. La scena lo presenta già come re e svolge una funzione di legittimazione: Ay garantisce ritualmente la rinascita del predecessore e, al tempo stesso, manifesta la propria successione.

Possedeva dunque un possibile movente e beneficiò direttamente della morte.

Ciò che manca è il collegamento probatorio. Nessuna iscrizione lo accusa. Nessun reperto lo associa a un’aggressione. La presunta ferita cranica, per lungo tempo considerata l’indizio materiale dell’omicidio, non ha retto alle verifiche successive.

Ay potrebbe semplicemente aver occupato il vuoto dinastico creato da una morte naturale o accidentale. Nel sistema politico egizio, assicurare rapidamente un nuovo sovrano era essenziale per garantire la continuità dei rituali, dello Stato e della maat, l’ordine cosmico.

Essere il maggiore beneficiario non significa essere il responsabile.

Ay o anche Kheperkheperura Ay

Horemheb, il generale che cancellò i predecessori

Horemheb era un importante comandante militare e uno degli uomini più potenti del regno. Alcune iscrizioni, soprattutto quelle della sua tomba privata a Saqqara, gli attribuiscono un ruolo centrale nella politica estera e nell’amministrazione.

Non succedette immediatamente a Tutankhamon. Il trono passò prima ad Ay, che regnò per pochi anni; soltanto in seguito Horemheb divenne faraone.

Durante il suo regno promosse una vasta opera di restaurazione e usurpò o modificò monumenti dei sovrani precedenti. Tutankhamon, Ay e gli altri protagonisti dell’età post-amarniana vennero in parte esclusi dalle successive liste regali. Horemheb si presentò come il restauratore che aveva posto fine al disordine.

Questa cancellazione ha alimentato il sospetto che volesse eliminare non soltanto la memoria, ma anche le persone legate alla famiglia di Akhenaton.

Tuttavia l’eliminazione memoriale era una pratica politica diversa dall’assassinio. Appropriarsi di monumenti, riscrivere la successione e delegittimare i predecessori non dimostra che Horemheb abbia ucciso Tutankhamon.

Anche nel suo caso esiste un interesse politico, ma nessuna prova diretta.

Horemheb

Ankhesenamon, la testimone scomparsa

Ankhesenamon era figlia di Akhenaton e Nefertiti, nonché moglie e probabilmente sorellastra di Tutankhamon. Nella tomba del giovane faraone furono deposti i corpi mummificati di due feti femminili, generalmente considerati figli della coppia reale. Nessuna delle bambine sopravvisse e il matrimonio non produsse quindi un erede capace di garantire la continuità dinastica.

Alcuni oggetti del corredo funerario mostrano Tutankhamon e Ankhesenamon in atteggiamenti di raffinata intimità. Su una cassa rinvenuta nella tomba, per esempio, la regina porge dei fiori al marito. Si tratta di immagini dal forte valore simbolico, che non permettono però di ricostruire i reali sentimenti della coppia. Non sappiamo se il loro rapporto fosse affettuoso, conflittuale oppure interamente regolato dalle necessità della dinastia.

Dopo la morte di Tutankhamon, Ankhesenamon rimase poco più che ventenne, senza figli sopravvissuti e priva di un erede che potesse proteggerne il ruolo. Non esiste alcun elemento serio che indichi un suo coinvolgimento nella morte del marito. Al contrario, l’enigmatica lettera inviata al re ittita — qualora la sua autrice fosse davvero Ankhesenamon — sembrerebbe mostrarla in una condizione di estrema debolezza e paura.

La regina potrebbe avere successivamente sposato l’anziano Ay, salito al trono dopo Tutankhamon, ma anche questo matrimonio non è documentato con certezza. Da quel momento ogni sua traccia scompare. Non sappiamo se sia morta durante i quattro anni del regno di Ay, approssimativamente tra il 1323 e il 1319 a.C., se sia stata allontanata dalla corte o se abbia perso titoli e influenza politica.

Nel 2010 le analisi genetiche condotte sulle mummie reali della XVIII dinastia hanno suggerito che una delle due donne rinvenute nella tomba KV21 della Valle dei Re, indicata come KV21A, potesse essere la madre dei due feti deposti nella tomba di Tutankhamon. Da questa possibile relazione è nata l’ipotesi che la mummia appartenga ad Ankhesenamon. I dati disponibili, tuttavia, sono incompleti e non consentono un’identificazione definitiva.

Ankhesenamon emerge quindi dal fascicolo come la testimone scomparsa: una giovane regina che dovette conoscere dall’interno le tensioni seguite alla morte di Tutankhamon, ma della quale, proprio nel momento decisivo della crisi, si perdono le tracce e rimane ignoto il destino. Eppure una voce che potrebbe essere la sua sembra riemergere, inaspettatamente, non dagli archivi egizi, ma da quelli del regno ittita.

Ankhesenamon, nata Ankhesenpaaton

La lettera della regina: «Ho paura»

Gli annali del re ittita Šuppiluliuma I, composti durante il regno del figlio Muršili II, raccontano un episodio straordinario.

Una regina egizia, indicata con il termine Dakhamunzu, probabilmente derivato dal titolo egizio “moglie del re”, inviò un messaggio al sovrano ittita. Dichiarava che suo marito era morto, che non aveva figli e che non voleva sposare uno dei propri “servitori” o “sudditi”. Chiedeva pertanto a Šuppiluliuma di inviarle uno dei suoi figli, affinché diventasse suo marito e re d’Egitto.

La richiesta era senza precedenti. Una donna della casa reale egizia proponeva di consegnare la corona a un principe straniero appartenente a una potenza rivale.

Šuppiluliuma sospettò un inganno e inviò un emissario per verificare. La regina scrisse nuovamente, protestando di non aver rivolto la stessa richiesta a nessun altro paese. Alla fine il re ittita mandò in Egitto uno dei suoi figli, generalmente identificato con il principe Zannanza.

Il principe non arrivò mai a destinazione. Morì durante il viaggio, forse assassinato. Le circostanze rimangono oscure e la sua morte contribuì ad aggravare l’ostilità tra Egizi e Ittiti.

Molti studiosi identificano la regina con Ankhesenamon e il sovrano defunto con Tutankhamon, il cui nome di trono, Nebkheperura, potrebbe corrispondere alla forma Nibkhururiya conservata nelle fonti ittite. Altri hanno proposto Nefertiti o Meritaten e collocano l’episodio in una fase diversa della successione amarniana.

Se la vedova fosse davvero Ankhesenamon, le sue parole offrirebbero uno scorcio inquietante sulla corte dopo la morte di Tutankhamon. La regina non voleva sposare un suddito e dichiarava di avere paura. Di chi?

Forse di Ay, che avrebbe potuto cercare di legittimarsi attraverso il matrimonio con una donna di sangue reale. Forse di Horemheb o di un’altra fazione della corte. Forse temeva semplicemente di perdere il proprio rango e la propria sicurezza in assenza di un erede.

La lettera non dimostra che Tutankhamon fosse stato assassinato. Potrebbe però documentare la crisi politica provocata dalla sua morte.

Qui bisogna distinguere due delitti possibili: l’uccisione di Tutankhamon e quella del principe ittita. Per il secondo esiste una tradizione testuale che parla della morte durante il viaggio; per il primo non abbiamo alcuna accusa contemporanea.

La paura della regina è un indizio sul clima della successione, non sulla causa della morte del marito.

Un delitto senza arma e senza testimoni

La teoria dell’assassinio presenta oggi gravi debolezze.

Non possediamo:

  • una fonte contemporanea che parli di omicidio;
  • una ferita cranica perimortale;
  • un’arma identificabile;
  • il resoconto di un testimone;
  • una confessione;
  • un’accusa contro Ay, Horemheb o altri dignitari;
  • una prova che la fretta della sepoltura servisse a occultare un crimine.

Possediamo invece:

  • la morte inattesa di un sovrano molto giovane;
  • una crisi di successione;
  • uomini potenti che trassero vantaggio dalla sua scomparsa;
  • una possibile frattura recente del femore;
  • indizi di problemi al piede e forse di ridotta mobilità;
  • tracce attribuite a infezioni da Plasmodium falciparum;
  • un corpo gravemente alterato dall’imbalsamazione e dalle manipolazioni moderne;
  • una fonte ittita che descrive la paura di una regina egizia rimasta vedova e senza figli.

Il quadro politico rende l’assassinio concepibile. Il quadro medico non lo dimostra.

Ipotesi Elementi favorevoli Principali criticità Valutazione
Colpo mortale alla testa Frammenti ossei osservati nelle radiografie del 1968 La TAC non mostra un trauma cranico letale; i frammenti sono post mortem Sostanzialmente confutata
Assassinio ordinato da Ay Ay beneficiò della morte e divenne faraone Nessuna prova fisica o documentaria lo collega a un delitto Possibile sul piano astratto, non dimostrato
Congiura di Horemheb Potere militare, successiva ascesa e cancellazione dei predecessori Divenne re soltanto dopo Ay; manca qualsiasi prova diretta Speculativa
Incidente con il carro Presenza di carri, possibile frattura recente del femore Nessuna prova che la frattura derivasse da un carro; danni toracici probabilmente moderni Plausibile, non provata
Complicazioni della frattura Lesione del femore forse perimortale e priva di guarigione La datazione della frattura è discussa Una delle ipotesi più solide
Malaria grave Tracce genetiche attribuite a P. falciparum La presenza del parassita non dimostra che causò la morte Plausibile concausa
Malaria, fragilità e trauma combinati Spiega più indizi senza richiedere un’unica causa Dipende dall’attendibilità di più diagnosi controverse Attualmente l’ipotesi più prudente
Avvelenamento o soffocamento Potrebbero non lasciare segni scheletrici Nessuna prova positiva; impossibili da verificare sui resti conservati Non escludibili, ma puramente ipotetici

La ricostruzione più probabile

La morte di Tutankhamon potrebbe non avere avuto un’unica causa.

Il giovane faraone soffriva probabilmente di almeno una patologia del piede e potrebbe aver avuto difficoltà motorie. Aveva contratto la malaria e forse ne aveva subito più episodi. Poco prima della morte potrebbe essersi procurato una grave frattura del femore sinistro.

Una caduta o un incidente avrebbero potuto determinare la lesione. La ferita, forse esposta, avrebbe causato emorragia, infezione o altre complicazioni. Contemporaneamente, una crisi malarica avrebbe potuto indebolire ulteriormente l’organismo. La combinazione di trauma e malattia, in assenza di cure efficaci, sarebbe stata sufficiente a ucciderlo.

È una ricostruzione coerente, ma non una certezza.

Non sappiamo se il trauma precedette davvero la morte. Non sappiamo se fu provocato da un carro. Non sappiamo se la malaria fosse attiva nelle ultime ore del faraone. Non possiamo escludere una malattia acuta che non abbia lasciato tracce riconoscibili, né un’infezione diversa, un’embolia, una crisi sistemica o un’altra causa naturale.

E non possiamo escludere in senso assoluto un omicidio che non abbia interessato le ossa.

Ma il compito della ricerca storica non è scegliere la storia più emozionante. È stabilire quale interpretazione richieda il minor numero di supposizioni e trovi il maggiore sostegno nelle prove.

Allo stato attuale, una morte dovuta a una combinazione di trauma, infezione e fragilità fisica è più probabile di un assassinio politico.

Il verdetto dell’Investigatore del Tempo

Tutankhamon fu assassinato?

Non esistono prove sufficienti per affermarlo.

La teoria più celebre, quella del colpo alla testa, è stata sostanzialmente smentita dagli esami tomografici. I frammenti ossei nel cranio non documentano un’aggressione e le alterazioni osservate risultano compatibili con eventi verificatisi dopo la morte.

Ay e Horemheb avevano interessi politici e beneficiarono, in tempi diversi, dell’estinzione della linea dinastica. Questo li rende protagonisti della crisi di successione, non automaticamente assassini.

La frattura del femore, se realmente avvenuta poco prima della morte, costituisce l’indizio medico più importante. La malaria e le possibili patologie ossee possono avere aggravato le condizioni del faraone. È quindi ragionevole ipotizzare una morte multifattoriale: un incidente, seguito o accompagnato da complicazioni infettive e da una grave crisi malarica.

Il fascicolo, tuttavia, non può essere chiuso con una formula definitiva.

Ciò che possiamo considerare accertato

Tutankhamon morì intorno ai diciotto o diciannove anni, senza lasciare un erede sopravvissuto. La sua morte fu probabilmente inattesa e impose alla corte di organizzare rapidamente la sepoltura. Il corpo non mostra prove convincenti di un colpo mortale alla testa. Il faraone aveva contratto la malaria e presentava alterazioni a un piede. Sul femore sinistro è visibile una frattura che potrebbe risalire al periodo immediatamente precedente alla morte.

Ciò che appare probabile

La morte potrebbe essere stata provocata da più fattori: trauma, infezione, malaria e condizioni fisiche preesistenti. Una caduta o un incidente costituiscono spiegazioni plausibili della frattura.

Ciò che rimane possibile ma non dimostrato

La caduta da un carro, una setticemia conseguente alla frattura, una malaria fatale, un’embolia o un’altra malattia acuta.

Ciò che non è sostenuto dalle prove disponibili

L’omicidio mediante un colpo alla nuca e l’attribuzione del delitto ad Ay, Horemheb, Ankhesenamon o ad altri membri della corte.

Ciò che non potremo forse mai escludere

Un avvelenamento, un soffocamento o un’altra forma di violenza che non abbia lasciato segni riconoscibili sullo scheletro.

Il titolo del caso chiedeva: chi ha ucciso Tutankhamon?

L’indagine conduce a una risposta meno spettacolare, ma storicamente più corretta: non sappiamo se qualcuno lo abbia ucciso. Le prove oggi disponibili suggeriscono che il giovane faraone sia morto per le conseguenze di un organismo vulnerabile, colpito forse nello stesso momento da un trauma e da una malattia infettiva.

Il vero mistero non è necessariamente l’identità di un assassino.

È la sequenza esatta degli eventi che, in pochi giorni o forse in poche ore, trasformò un adolescente divinizzato nel sovrano senza vita deposto dentro una tomba troppo piccola, preparata in fretta e riempita di tesori destinati a proteggerlo per l’eternità.

Ay prese la corona. Ankhesenamon scomparve dalle fonti. Un principe ittita morì lungo la strada per l’Egitto. Horemheb cancellò in seguito i nomi dei sovrani legati all’esperienza amarniana.

Tutankhamon, il meno potente tra loro, fu l’unico a non essere cancellato davvero.

La sua tomba sopravvisse. Il suo volto riemerse. Il suo corpo continua a essere interrogato.

E dopo più di tremila anni non ha ancora pronunciato la sua ultima deposizione.

Il fascicolo rimane aperto.

Secondo voi, la combinazione tra trauma e malaria spiega davvero la morte di Tutankhamon, oppure dietro la crisi di successione potrebbe celarsi qualcosa che le prove materiali non sono più in grado di rivelare?

— Antonio Vaianella
L’Investigatore del Tempo

Il passato non è mai davvero passato.

Glossario essenziale

Akhenaton — Faraone della XVIII dinastia e principale promotore del culto di Aton. La sua identificazione con la mummia della KV55 è largamente sostenuta, ma non unanimemente accettata.

Ankhesenamon — Figlia di Akhenaton e Nefertiti, moglie di Tutankhamon. Potrebbe essere la regina egizia che chiese a Šuppiluliuma I di inviarle un principe ittita.

Aton — Divinità solare posta al centro della riforma religiosa di Akhenaton.

Ay — Alto dignitario e successore immediato di Tutankhamon. Regnò per pochi anni prima dell’ascesa di Horemheb.

Dakhamunzu — Forma ittita probabilmente derivata dal titolo egizio “moglie del re”. Non è il nome proprio della regina.

Horemheb — Comandante militare divenuto faraone dopo Ay. Si presentò come restauratore dell’ordine e cancellò in parte la memoria dei sovrani legati ad Amarna.

KV62 — Sigla moderna della tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re.

Maat — Principio egizio di ordine, equilibrio, verità e giustizia sul quale si fondava idealmente la regalità.

Necrosi avascolare — Morte del tessuto osseo dovuta a insufficiente afflusso di sangue.

Plasmodium falciparum — Parassita responsabile della forma più grave di malaria.

Šuppiluliuma I — Re degli Ittiti al quale una vedova reale egizia chiese in sposo uno dei suoi figli.

Zannanza — Principe ittita inviato presumibilmente in Egitto per sposare la regina vedova. Morì prima di raggiungere la destinazione.

Bibliografia commentata

Howard Carter, The Tomb of Tut.ankh.Amen, 3 voll., Cassell, London, 1923-1933.
La relazione fondamentale dello scopritore della KV62. Deve essere letta tenendo conto dei metodi archeologici e anatomici dell’epoca, ma rimane indispensabile per ricostruire lo stato originario della tomba e della mummia.

Zahi Hawass et al., “Ancestry and Pathology in King Tutankhamun’s Family”, JAMA, 303/7, 2010, pp. 638-647.
Lo studio che ha combinato TAC, antropologia e analisi genetiche, proponendo la presenza di malaria, patologie ossee e relazioni di parentela nella famiglia reale. È il punto di partenza delle moderne ipotesi cliniche, benché alcuni risultati siano ancora discussi. Testo e dati dello studio.

R. S. Boyer et al., “The Skull and Cervical Spine Radiographs of Tutankhamen: A Critical Appraisal”, American Journal of Neuroradiology, 24, 2003, pp. 1142-1147.
Rivalutazione essenziale delle radiografie del cranio. Mostra che le anomalie osservate sono spiegabili come fenomeni post mortem e non costituiscono una prova di omicidio. Articolo consultabile.

Frank J. Rühli e Salima Ikram, “Purported Medical Diagnoses of Pharaoh Tutankhamun, c. 1325 BC”, HOMO – Journal of Comparative Human Biology, 65/1, 2014, pp. 51-63.
Esame critico delle numerose diagnosi attribuite al faraone. Particolarmente utile per distinguere le patologie sostenute dai dati dalle ricostruzioni speculative. Scheda bibliografica.

K. Hussein et al., “Paleopathology of the Juvenile Pharaoh Tutankhamun—90th Anniversary of Discovery”, Virchows Archiv, 2013.
Rassegna sistematica dei dati paleopatologici e dei danni artificiali subiti dalla mummia. Considera la frattura e la malaria tra le spiegazioni più plausibili, senza trasformarle in certezze. Sintesi scientifica.

Zahi Hawass e Sahar N. Saleem, Scanning the Pharaohs. CT Imaging of the New Kingdom Royal Mummies, American University in Cairo Press, Cairo-New York, 2016.
Ampio studio delle mummie reali mediante tomografia computerizzata. Offre il quadro tecnico necessario per comprendere possibilità e limiti della diagnostica applicata ai corpi mummificati.

Hans Gustav Güterbock, “The Deeds of Suppiluliuma as Told by His Son, Mursili II”, Journal of Cuneiform Studies, 10, 1956.
Edizione fondamentale delle fonti ittite relative alla richiesta matrimoniale della regina egizia e alla morte del principe inviato in Egitto.

Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, Thames & Hudson, London, 1990.
Ricostruzione completa della scoperta, del corredo e dei problemi storici della tomba, utile anche per comprendere il riutilizzo e l’adattamento di alcuni oggetti funerari.

Aidan Dodson, Amarna Sunset: Nefertiti, Tutankhamun, Ay, Horemheb, and the Egyptian Counter-Reformation, American University in Cairo Press, Cairo, 2009.
Analisi della complessa successione successiva ad Akhenaton e del contesto politico nel quale maturarono il regno e la morte di Tutankhamon.

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