CATERINA LA GRANDE

Potere, Illuminismo e Impero nella Russia del Settecento

Quando Caterina II morì nel Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo il 17 novembre 1796, secondo il calendario gregoriano, regnava da trentaquattro anni. In quel periodo l’Impero russo aveva conquistato uno stabile accesso al Mar Nero, incorporato la Crimea, esteso le proprie frontiere verso occidente attraverso le spartizioni della Confederazione polacco-lituana e rafforzato la posizione che Pietro il Grande aveva assicurato alla Russia nel sistema delle potenze europee. La trasformazione territoriale fu accompagnata da una profonda riorganizzazione amministrativa, dalla crescita delle istituzioni educative e culturali, da una ridefinizione dei privilegi della nobiltà e da un’attività legislativa nella quale il linguaggio dell’Illuminismo entrò, con risultati talvolta sorprendenti, nel vocabolario dell’autocrazia russa.
La donna che aveva guidato questo processo non era nata in Russia e non apparteneva per nascita alla dinastia regnante. Era arrivata adolescente da una piccola corte tedesca, aveva imparato il russo, abbandonato il luteranesimo per l’Ortodossia, sposato l’erede al trono e infine partecipato alla congiura che nel 1762 depose suo marito Pietro III. Il sovrano morì pochi giorni dopo in circostanze violente.
La biografia di Caterina è stata a lungo imprigionata fra due immagini opposte. Una ne faceva l’eroina del «dispotismo illuminato», amica di Voltaire e Diderot, legislatrice colta, protettrice delle arti e interprete russa della filosofia settecentesca. L’altra, alimentata già durante la sua vita e divenuta particolarmente aggressiva dopo la morte, riduceva il suo regno agli amanti, agli intrighi di corte e a una sessualità trasformata dalla propaganda in caricatura. Entrambe occultano una parte essenziale della sua esperienza politica.
La Caterina che emerge dalla documentazione e dalla storiografia contemporanea è più difficile da racchiudere in una formula. Fu una sovrana capace di utilizzare autenticamente alcuni strumenti intellettuali dell’Illuminismo senza mettere in discussione il principio dell’autocrazia; comprese la necessità di migliorare l’amministrazione di un territorio immenso, mentre il sistema sociale russo continuava a poggiare in larga misura sulla servitù contadina. Favorì la tolleranza religiosa quando questa contribuiva alla stabilità dello Stato, promosse scuole e accademie, acquistò collezioni d’arte di livello europeo. Nello stesso tempo perseguì con grande determinazione un’espansione imperiale che modificò gli equilibri dell’Europa orientale e del Mar Nero.
Per comprenderla occorre partire da una principessa tedesca che, quando giunse in Russia, non aveva ancora compiuto quindici anni.

Dalla Pomerania alla corte russa

Sophie Auguste Friederike von Anhalt-Zerbst nacque il 2 maggio 1729 a Stettino, oggi Szczecin, allora città prussiana della Pomerania. Suo padre Cristiano Augusto apparteneva alla casa principesca di Anhalt-Zerbst ed era generale prussiano e governatore della città. La famiglia possedeva un lignaggio adeguato ai circuiti matrimoniali dell’aristocrazia europea, senza disporre della ricchezza o della forza politica delle grandi dinastie.
Il futuro della giovane Sophie fu determinato dalla successione russa.
L’imperatrice Elisabetta Petrovna, figlia di Pietro I, non aveva figli. Aveva scelto come erede il nipote Carlo Pietro Ulrico di Holstein-Gottorp, figlio di sua sorella Anna Petrovna, conducendolo in Russia e facendolo entrare nell’Ortodossia con il nome di Pietro Fëdorovič. Serviva una sposa.
Sophie arrivò in Russia nel 1744. La conversione religiosa fu un passaggio necessario, ma la giovane principessa affrontò la propria trasformazione con una serietà che colpì gli osservatori. Studiò la lingua russa e cercò di familiarizzare con le consuetudini della corte. Nel giugno 1744 abbracciò pubblicamente l’Ortodossia e assunse il nome di Ekaterina Alekseevna (iekaterìna alieksèievna) – Екатерина Алексеевна. Il matrimonio con Pietro venne celebrato l’anno seguente.
Molto di ciò che sappiamo sulla loro vita coniugale deriva dalle memorie di Caterina, una fonte preziosa e insieme problematica. L’imperatrice lavorò a più redazioni autobiografiche e costruì retrospettivamente un’immagine di sé coerente con la sovrana che sarebbe diventata: disciplinata, curiosa, capace di adattarsi alla Russia, contrapposta a un marito rappresentato come infantile, instabile e politicamente inadeguato. Quelle pagine non possono essere trattate come un verbale imparziale degli avvenimenti. Rimangono però indispensabili, anche perché consentono di osservare il modo in cui Caterina voleva che la propria giovinezza fosse ricordata. L’edizione moderna delle memorie curata e tradotta da Mark Cruse e Hilde Hoogenboom è basata anche sull’esame dei manoscritti autografi.
Il matrimonio fu certamente difficile. La nascita del futuro Paolo I nel 1754 non risolse la distanza fra i coniugi. Caterina ebbe relazioni extraconiugali; una delle prime fu quella con Sergej Saltykov, da cui è derivata la persistente ipotesi che fosse lui il padre biologico di Paolo. Le fonti non permettono di dimostrarlo. Pietro III rimase il padre riconosciuto del bambino e non esistono elementi sufficienti per sostituire questa certezza dinastica con una paternità alternativa presentata come acquisita.
Gli anni trascorsi sotto il regno di Elisabetta permisero intanto a Caterina di conoscere dall’interno una corte nella quale le alleanze personali contavano moltissimo. La Russia settecentesca aveva già conosciuto successioni traumatiche e colpi di palazzo; i reggimenti della Guardia imperiale potevano esercitare un peso politico eccezionale. Una principessa straniera destinata inizialmente al semplice ruolo di moglie dell’erede imparò a costruire relazioni proprie.
La svolta arrivò alla morte di Elisabetta, all’inizio del 1762.

Sei mesi che cambiarono una dinastia

Pietro III regnò per circa sei mesi. La brevità del suo governo e la successiva vittoria politica di Caterina contribuirono a consegnarlo alla storia in una forma largamente caricaturale. Per generazioni è stato descritto come un uomo incapace, quasi estraneo alla Russia, affascinato dalla Prussia e scarsamente interessato al paese che governava.
La storiografia ha corretto questo ritratto. Il breve regno di Pietro comprese provvedimenti importanti, fra i quali il manifesto del 1762 che eliminava per la nobiltà l’obbligo generalizzato del servizio statale introdotto nell’età petrina. Altre iniziative in materia ecclesiastica e amministrativa mostrano un governo più attivo di quanto suggerisca la tradizione ostile.
Rimane però evidente la rapidità con cui Pietro alienò una parte significativa delle élite che avrebbero dovuto sostenerlo.
Durante la Guerra dei Sette anni l’esercito russo aveva combattuto duramente contro Federico II di Prussia e occupato territori prussiani. Pietro, grande ammiratore del re, modificò bruscamente la politica estera, concluse la pace e restituì a Federico le conquiste russe. Progettò inoltre una guerra contro la Danimarca legata agli interessi del proprio ducato di Holstein. Non furono decisioni sufficienti da sole a provocarne la caduta, ma contribuirono a indebolirlo in ambienti militari e cortigiani già attraversati da forti ostilità.
Caterina disponeva ormai di una propria rete. Fra coloro che prepararono il colpo di Stato ebbero un ruolo centrale i fratelli Orlov, soprattutto Grigorij, che era diventato suo amante, mentre altri ufficiali e aristocratici assicurarono collegamenti essenziali con i reggimenti della Guardia. Ekaterina Daškova avrebbe in seguito rivendicato un’importante partecipazione agli avvenimenti, anche se le memorie dei protagonisti non coincidono sempre sulla distribuzione delle responsabilità.
Il 28 giugno 1762 secondo il calendario giuliano allora in uso in Russia, corrispondente al 9 luglio gregoriano, Caterina raggiunse San Pietroburgo, ottenne il sostegno dei reggimenti della Guardia e venne proclamata sovrana. Pietro, che si trovava lontano dalla capitale, comprese rapidamente di non disporre delle forze necessarie a reagire e firmò l’abdicazione.
Fu condotto a Ropša, dove morì il 17 luglio gregoriano.
La morte di Pietro III è uno di quei casi nei quali la distinzione fra ciò che sappiamo e ciò che possiamo soltanto ricostruire resta indispensabile. L’ipotesi di una morte naturale, ufficialmente attribuita a una grave colica accompagnata da altri disturbi, non è considerata convincente dalla maggior parte degli studiosi. È assai probabile che Pietro sia morto violentemente mentre era sorvegliato da uomini legati agli Orlov. Non esiste, invece, una prova documentaria che dimostri un ordine di assassinio impartito da Caterina.
La differenza è sostanziale. La nuova imperatrice aveva partecipato al rovesciamento del marito e aveva accettato che fosse detenuto; la sua responsabilità politica nella crisi del 1762 è evidente. Attribuirle con certezza un comando omicida significa affermare qualcosa che le fonti conservate non consentono di provare.
Anche dopo la morte di Pietro, la posizione dinastica di Caterina non era priva di fragilità. Non aveva alcun diritto ereditario autonomo al trono. Il figlio Paolo possedeva una legittimità dinastica ben più lineare e, nella fortezza di Šlissel’burg, viveva ancora Ivan VI, imperatore bambino deposto da Elisabetta nel 1741. Nel 1764 l’ufficiale Vasilij Mirovič tentò di liberarlo; le guardie uccisero il prigioniero in applicazione di istruzioni segrete impartite per impedire che potesse essere sottratto alla custodia.
Caterina rimase sul trono. Per conservarlo non poteva fare affidamento soltanto sul successo del colpo di Stato: occorreva dimostrare che il suo governo fosse utile all’impero, accettabile alle élite e capace di produrre ordine.

L’Illuminismo nell’autocrazia

Pochi anni dopo la presa del potere Caterina intraprese l’esperimento politico che più di ogni altro avrebbe alimentato la sua immagine di sovrana illuminata.
Nel 1767 convocò una grande Commissione legislativa incaricata di contribuire alla preparazione di una nuova codificazione delle leggi. Le norme russe continuavano infatti a fare riferimento, fra molte successive integrazioni, al codice del 1649. La società e lo Stato erano profondamente cambiati.
Per orientare il lavoro dell’assemblea Caterina compose il Nakaz (nakàs) – Наказ, l’«Istruzione». Il documento appartiene pienamente alla cultura politica europea del Settecento e contiene un’estesa rielaborazione di idee tratte soprattutto da Montesquieu e da Cesare Beccaria. La dipendenza testuale è ben nota: Caterina adattò numerosi passaggi alle esigenze russe e utilizzò quelle fonti per discutere del funzionamento della legge, della proporzione fra delitto e pena, della tortura, della libertà e dell’organizzazione dello Stato. Gli studi sul testo hanno da tempo mostrato quanto profondamente il pensiero economico e politico del Nakaz si inserisca nel dibattito illuministico contemporaneo.
Il punto forse più significativo riguarda l’autocrazia. Caterina non la nascose dietro una retorica liberale. Nel Nakaz sostenne apertamente che, considerate le dimensioni della Russia, la forma di governo appropriata fosse quella monarchica e autocratica.
Il suo progetto riformatore va letto partendo da qui.
Caterina riteneva possibile rendere più razionale l’esercizio del potere assoluto, sottoporlo a leggi meglio formulate, migliorare l’amministrazione e attenuare alcune pratiche giudiziarie considerate incompatibili con una monarchia civilizzata. Non progettava una limitazione costituzionale della sovranità imperiale. Il modello era quello di un’autocrazia capace di riformarsi dall’alto.
La Commissione riunì centinaia di deputati provenienti dalle varie componenti riconosciute della società imperiale. Vi erano nobili, cittadini, cosacchi, contadini di Stato e rappresentanti di diversi territori. I servi appartenenti ai proprietari privati non ebbero una propria rappresentanza. I deputati presentarono migliaia di richieste, lamentele e proposte provenienti dalle comunità che li avevano scelti, offrendo alla monarchia una massa di informazioni senza precedenti sulle condizioni dell’impero.
Il nuovo codice non nacque. Le sedute si prolungarono, le divergenze fra interessi sociali emersero rapidamente e nel 1768 l’inizio della guerra contro l’Impero ottomano contribuì alla sospensione dei lavori generali. Definire l’esperimento un puro artificio propagandistico sarebbe però altrettanto fuorviante quanto considerarlo l’inizio di un costituzionalismo russo. La Commissione permise al governo di raccogliere informazioni, rese visibili conflitti che un’amministrazione fortemente centralizzata faticava a conoscere e alimentò una parte della successiva attività riformatrice.
Il limite più difficile da aggirare riguardava la campagna.
Una parte enorme della popolazione russa viveva in condizioni di dipendenza. Il sistema comunemente indicato in italiano come servitù della gleba, Krepostnoe pravo (kriepastnòie pràva) – крепостное право, comprendeva rapporti giuridici e obblighi differenti; i contadini appartenenti ai proprietari privati non si trovavano nella stessa situazione dei contadini di Stato o di altre categorie rurali. Nel corso del Settecento, tuttavia, la dipendenza dei servi privati dai proprietari si era irrigidita e la nobiltà disponeva di un potere molto esteso sulla loro vita economica.
Caterina era perfettamente consapevole del problema. Nel 1766 la Libera Società Economica promosse, su impulso della sovrana, un concorso internazionale sulla proprietà contadina. Nel Nakaz alcuni passaggi originariamente più espliciti sulla servitù furono modificati durante il processo di elaborazione. Le discussioni non sfociarono in un programma di emancipazione.
Le ragioni erano politiche e strutturali. L’autocrazia amministrava il paese attraverso una nobiltà che forniva ufficiali, funzionari e gran parte della classe dirigente provinciale. Colpire radicalmente i diritti signorili avrebbe significato affrontare il gruppo sociale dal cui sostegno dipendeva una quota decisiva del funzionamento statale. Durante il regno cateriniano la servitù non si indebolì; in alcune regioni venne anzi ulteriormente definita e consolidata. Gli studi generali sulla modernizzazione russa sottolineano come, sotto Pietro I e Caterina II, il sistema servile fosse ancora in fase di codificazione ed estensione.
L’Illuminismo di Caterina incontrava qui un confine che il suo governo non superò.

Pugačëv e la scoperta della provincia

Nel 1773 un’insurrezione scoppiata nelle regioni dello Jaik, il fiume che in seguito sarebbe stato rinominato Ural, assunse rapidamente dimensioni che la corte non aveva previsto.
A guidarla era Emel’jan Pugačëv, cosacco del Don e veterano dell’esercito, che affermava di essere Pietro III sopravvissuto all’assassinio. Il fenomeno dei falsi sovrani non era estraneo alla storia russa. La vastità dell’impero, la lentezza delle comunicazioni e la distanza culturale fra la corte e molte popolazioni periferiche rendevano possibile la circolazione di racconti nei quali il «vero zar» era stato tradito dai propri ministri, sostituito o tenuto prigioniero.
Ridurre la rivolta alla credulità dei contadini significherebbe perderne la natura sociale.
Ai cosacchi dello Jaik, contrari alla crescente ingerenza statale nelle loro autonomie, si aggiunsero contadini, lavoratori delle fabbriche minerarie degli Urali, Baschiri e altri gruppi. Le ragioni della partecipazione variavano da regione a regione. La difesa di antichi diritti cosacchi poteva convivere con l’ostilità verso i proprietari fondiari; altrove prevalevano questioni fiscali, controllo delle terre, reclutamento o resistenza all’apparato amministrativo.
L’insurrezione attraversò un’area vastissima. Pugačëv assediò Orenburg e nel 1774 le sue forze entrarono a Kazan’, anche se non riuscirono a mantenere stabilmente il controllo della città. Una volta conclusa la fase più impegnativa della guerra contro gli Ottomani, il governo poté concentrare maggiori risorse militari contro i ribelli. Pugačëv venne infine consegnato da alcuni suoi compagni, portato a Mosca e giustiziato nel gennaio 1775.
La risposta di Caterina non si limitò alla repressione.
L’insurrezione aveva reso evidente quanto fosse difficile governare province enormi attraverso un apparato amministrativo relativamente sottile. Nello stesso 1775 venne promulgata una grande riforma provinciale. Il territorio fu ridistribuito in unità amministrative concepite sulla base della popolazione e dotate di una presenza più fitta dello Stato: governatori, tribunali, organi di polizia, istituzioni assistenziali. Molte componenti della riforma erano già state pensate prima della rivolta; Pugačëv diede al problema dell’amministrazione periferica un’urgenza che non poteva più essere ignorata.
Durante il decennio successivo questa tendenza alla razionalizzazione proseguì. Nel 1785 la Carta della nobiltà consolidò giuridicamente privilegi già in larga misura esistenti e fornì forme più strutturate di organizzazione corporativa al Dvorjanstvo (dvariànstva) – дворянство, la nobiltà dell’impero. Una seconda carta riguardò le città, suddividendo gli abitanti in categorie giuridiche e disciplinando gli organismi urbani.
Queste misure non crearono una società di cittadini uguali davanti allo Stato. Il linguaggio politico restava quello degli ordini, delle categorie e dei privilegi. Caterina cercava di dare maggiore forma istituzionale a quella società, rendendola amministrativamente leggibile.
Lo stesso impulso raggiunse l’istruzione. L’Istituto Smol’nyj per le fanciulle nobili, fondato nel 1764, costituì una delle esperienze educative più innovative della prima parte del regno. La riforma scolastica del 1786 cercò poi di creare una rete di scuole provinciali organizzata secondo criteri più uniformi. Le risorse disponibili e l’immensità del territorio impedirono risultati comparabili alle ambizioni del progetto, ma l’intervento dello Stato nell’educazione acquistò una dimensione nuova.
Anche la medicina poteva diventare politica. Nel 1768 Caterina chiamò in Russia il medico inglese Thomas Dimsdale e si sottopose all’inoculazione contro il vaiolo, una procedura precedente alla vaccinazione di Edward Jenner e non priva di pericoli. La scelta ebbe valore dimostrativo: se l’imperatrice accettava il rischio, l’aristocrazia poteva essere indotta a superare le proprie resistenze. Dopo il buon esito dell’operazione, l’inoculazione guadagnò prestigio negli ambienti di corte.

Una capitale europea per un impero eurasiatico

Il rapporto di Caterina con la cultura illuministica fu autentico e intensamente politico.
Corrispose con Voltaire, Diderot e Friedrich Melchior Grimm, seguì le discussioni intellettuali francesi e tedesche, scrisse commedie, favole, testi pedagogici, memorie e lavori di argomento storico. La sua scrittura non era un ornamento della sovranità. Faceva parte del modo in cui intendeva rappresentarsi come monarca europea.
Diderot offre un caso particolarmente significativo. Quando il filosofo ebbe bisogno di vendere la propria biblioteca, Caterina la acquistò e gli consentì di conservarla fino alla morte, nominandolo contemporaneamente bibliotecario della raccolta. Nel 1773 Diderot visitò San Pietroburgo e incontrò ripetutamente l’imperatrice. Le conversazioni fra i due mostrarono anche la distanza fra il pensatore, libero di immaginare trasformazioni radicali, e la sovrana costretta — e determinata — a governare attraverso strutture reali di potere.
La formazione delle collezioni dell’Ermitage appartiene allo stesso programma di rappresentazione culturale. Nel 1764 Caterina acquistò la raccolta di dipinti che Johann Ernst Gotzkowsky aveva originariamente assemblato per Federico II di Prussia. Seguirono acquisizioni prestigiose sul mercato europeo. San Pietroburgo doveva dimostrare attraverso opere d’arte, biblioteche, accademie e architettura di appartenere pienamente alla geografia culturale dell’Europa.
La presenza della principessa Ekaterina Daškova alla guida dell’Accademia imperiale delle scienze dal 1783 aggiunge un elemento significativo. Daškova divenne anche presidente della nuova Accademia russa, dedicata allo studio della lingua. La corte che parlava francese e acquistava pittura occidentale partecipava contemporaneamente alla costruzione istituzionale di una cultura letteraria russa.
In un impero tanto vasto, tuttavia, la politica culturale della capitale rappresentava soltanto una parte del problema. Caterina governava ortodossi, musulmani, cattolici, protestanti e, dopo le acquisizioni occidentali, una popolazione ebraica sempre più numerosa. Governava russi, ucraini, tatari, popolazioni baltiche, comunità del Caucaso e della Siberia, cosacchi con proprie tradizioni politiche.
La politica religiosa fu spesso pragmatica. Nel 1764 la secolarizzazione di gran parte delle terre monastiche ortodosse trasferì allo Stato enormi risorse e ridusse l’autonomia economica delle istituzioni ecclesiastiche. Nei confronti dell’Islam Caterina abbandonò alcune pratiche coercitive utilizzate in precedenza, permettendo una più ampia organizzazione religiosa e favorendo l’inquadramento istituzionale del clero musulmano. Nel 1788 venne istituita l’Assemblea spirituale musulmana di Orenburg.
La tolleranza aveva quindi anche una funzione amministrativa. Riconoscere autorità religiose, inserirle in strutture autorizzate e trasformarle in interlocutori dello Stato poteva risultare più efficace della persecuzione.
Con l’ingrandimento dell’impero, questa capacità di incorporare diversità sarebbe diventata sempre più importante.

Crimea, Potëmkin e il nuovo Mezzogiorno russo

La guerra contro l’Impero ottomano, iniziata nel 1768, aprì la fase più importante dell’espansione cateriniana verso sud.
L’esercito russo ottenne successi considerevoli nei principati danubiani e lungo le frontiere meridionali. Una squadra navale partita dal Baltico raggiunse il Mediterraneo e nel 1770 inflisse alla flotta ottomana una devastante sconfitta nelle acque di Çeşme. Quattro anni più tardi la pace di Küçük Kaynarca (kiuciùk kainargià) – Küçük Kaynarca modificò gli equilibri del Mar Nero. La Russia ottenne territori, porti e diritti di navigazione; il Khanato di Crimea venne dichiarato indipendente dall’Impero ottomano, pur entrando rapidamente sotto una fortissima influenza russa.
Quell’indipendenza durò meno di un decennio.
Nel 1783 Caterina proclamò l’annessione della Crimea. L’atto eliminava uno degli ultimi grandi ostacoli alla presenza russa sul Mar Nero e proiettava l’impero in uno spazio che per secoli aveva gravitato nell’orbita ottomana e tatara.
Grigorij Aleksandrovič Potëmkin fu l’uomo centrale di questa politica. Aveva iniziato la propria ascesa durante il colpo di Stato del 1762 e negli anni Settanta divenne amante di Caterina. La relazione sentimentale fu intensa, ma la sua importanza storica deriva soprattutto da ciò che accadde dopo. Potëmkin continuò a godere di una fiducia straordinaria e ricevette responsabilità politiche e militari enormi. Organizzò i nuovi territori meridionali, promosse la fondazione e lo sviluppo di città, lavorò alla creazione della Flotta del Mar Nero e costruì una rete amministrativa destinata a integrare le conquiste nell’impero.
La corrispondenza fra Caterina e Potëmkin ha indotto diversi studiosi a ritenere possibile che i due avessero contratto segretamente matrimonio. Gli indizi sono interessanti e la questione non può essere liquidata come pura leggenda; manca però un documento conclusivo che permetta di parlare di matrimonio come fatto dimostrato.
L’espansione meridionale cambiò il paesaggio umano della regione. Nuovi insediamenti furono incoraggiati, popolazioni vennero trasferite, furono distribuite terre e costruite strutture militari. Per i Tatari di Crimea, l’annessione significò l’ingresso in uno Stato cristiano ortodosso e l’inizio di trasformazioni politiche, economiche e demografiche che avrebbero avuto conseguenze molto oltre il regno di Caterina.
Nel 1787 l’imperatrice compì un grande viaggio verso il sud e la Crimea. Vi partecipò per una parte del percorso Giuseppe II d’Asburgo. La visita doveva mostrare concretamente la trasformazione delle nuove province ed ebbe inevitabilmente una forte componente celebrativa.
A quel viaggio è legata una delle espressioni politiche più fortunate della modernità: i «villaggi Potëmkin». Secondo la versione divenuta celebre, Potëmkin avrebbe fatto costruire interi villaggi fittizi lungo il percorso per ingannare Caterina e farle credere che regioni scarsamente sviluppate fossero ricche e popolate. Le testimonianze contemporanee non sostengono questa forma estrema del racconto. Furono predisposte cerimonie, decorazioni e messe in scena, come avveniva normalmente nei viaggi delle monarchie europee; l’idea di insediamenti interamente fasulli costruiti per truffare un’imperatrice ignara appartiene soprattutto alla polemica contro Potëmkin.
Quello stesso anno iniziò una nuova guerra russo-ottomana. Il conflitto terminò con il trattato di Iași del 1792, che confermò l’annessione russa della Crimea e consolidò l’avanzata dell’impero nella regione.
Caterina aveva modificato durevolmente la geografia politica del Mar Nero.

La Polonia e l’Europa dell’equilibrio

L’espansione russa verso occidente fu ancora più radicale.
La Confederazione polacco-lituana era da tempo sottoposta alla pressione delle potenze confinanti e attraversata da conflitti istituzionali interni. Nel 1764 venne eletto re Stanisław August Poniatowski, uomo colto, sostenitore di un programma riformatore e già legato sentimentalmente a Caterina. La sua elezione fu appoggiata decisamente dalla Russia.
San Pietroburgo non desiderava la scomparsa immediata dello Stato polacco-lituano. Una Confederazione politicamente debole e inserita nella sfera d’influenza russa poteva risultare più utile di una spartizione che avrebbe rafforzato anche Prussia e Austria. Gli avvenimenti finirono però per seguire un’altra direzione.
La Confederazione di Bar, costituita nel 1768 da settori della nobiltà contrari all’influenza russa e alle decisioni del governo, aprì una fase di guerra interna e intervento straniero. Nel 1772 Russia, Prussia e Austria realizzarono la prima spartizione, appropriandosi di vaste porzioni del territorio.
La parte restante della Confederazione cercò di riformarsi. Il momento culminante fu la Costituzione del 3 maggio 1791, che modificava profondamente l’organizzazione politica dello Stato e cercava di correggere alcuni dei meccanismi che ne avevano favorito la paralisi.
Per Caterina quelle riforme rappresentavano una minaccia strategica. Una Polonia più forte, capace di sottrarsi alla tutela russa, avrebbe alterato l’equilibrio sul confine occidentale. L’imperatrice sostenne quindi gli aristocratici riuniti nella Confederazione di Targowica e nel 1792 le truppe russe invasero la Confederazione.
Nel 1793 Russia e Prussia procedettero a una seconda spartizione.
L’ultima grande reazione fu l’insurrezione guidata da Tadeusz Kościuszko nel 1794. Dopo iniziali successi, la rivolta venne schiacciata dagli eserciti delle potenze confinanti. La terza spartizione del 1795, alla quale partecipò anche l’Austria, cancellò la Confederazione polacco-lituana come Stato sovrano.
La Russia acquisì territori immensi e milioni di nuovi sudditi.
Per valutare storicamente l’operato di Caterina è importante non trasformare questa vicenda in un semplice capitolo di «crescita della Russia». Le spartizioni furono un successo della politica di potenza di San Pietroburgo; per la Confederazione significarono la distruzione dello Stato. Entrambi i fatti appartengono alla stessa storia.
L’acquisizione dei territori polacco-lituani portò inoltre all’interno dell’impero una popolazione ebraica molto più numerosa di quella precedentemente soggetta alla monarchia russa. Negli ultimi anni cateriniani iniziarono a delinearsi restrizioni territoriali e professionali che sarebbero state sviluppate più compiutamente dai successori.
L’impero che Caterina lasciò nel 1796 era quindi più grande, ma anche più difficile da governare.

L’imperatrice, i favoriti e la leggenda

Per comprendere Caterina occorre infine affrontare un argomento che per molto tempo ha occupato uno spazio sproporzionato nella sua biografia: la vita sentimentale.
Caterina ebbe diversi amanti. Il fatto è ben documentato e non vi è ragione di attenuarlo. Fra le relazioni politicamente più significative vi furono quelle con Grigorij Orlov e Potëmkin; prima di diventare re di Polonia, anche Stanisław August Poniatowski era stato legato alla futura imperatrice. Negli ultimi anni del regno acquistò grande influenza il giovane Platon Zubov.
I favoriti ricevevano spesso proprietà, denaro e onori. Non tutti esercitarono un’autentica influenza politica e sarebbe sbagliato considerarli una categoria uniforme. Orlov ebbe un ruolo essenziale nel colpo di Stato del 1762; Potëmkin divenne uno statista di prima grandezza; altri furono molto meno importanti per il governo.
Su questo materiale reale si costruì una leggenda sessuale sempre più aggressiva.
Una donna che governava personalmente uno dei maggiori imperi europei offriva ai pamphlettisti un bersaglio particolarmente facile. Le relazioni che in una monarchia governata da un uomo sarebbero state descritte come normale vita di corte furono utilizzate per rappresentare Caterina come incapace di autocontrollo, dominata dal desiderio e disposta a distribuire il potere secondo le proprie passioni.
La propaganda raggiunse livelli grotteschi dopo la sua morte. La storia secondo cui Caterina sarebbe morta tentando un rapporto sessuale con un cavallo è priva di qualsiasi fondamento. Non deriva da un documento, da una testimonianza attendibile o da una tradizione contemporanea credibile. Appartiene alla pornografia politica costruita intorno alla sua memoria.
La morte reale è perfettamente documentabile. Nel novembre 1796 Caterina fu colpita da un grave attacco cerebrovascolare nel Palazzo d’Inverno. Perse conoscenza e morì il giorno seguente.
Aveva sessantasette anni.
Gli ultimi anni non erano stati tranquilli. Nel 1791 era morto Potëmkin. I rapporti con il figlio Paolo rimanevano difficili e circolava a corte la convinzione che Caterina preferisse il nipote Alessandro. È possibile che abbia valutato l’idea di modificare la successione; non esiste però un atto promulgato che avesse escluso Paolo quando sopraggiunse la morte.
Il figlio divenne imperatore senza incontrare una resistenza efficace.
Paolo fece poi riesumare Pietro III dal monastero di Aleksandr Nevskij e trasferire i suoi resti nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, dove venne sepolto accanto a Caterina. Era un gesto carico di significato dinastico e personale: il figlio riuniva cerimonialmente i genitori, restituendo al padre morto dopo il colpo di Stato gli onori imperiali che gli erano stati negati.

Dopo l’Illuminismo

La Rivoluzione francese aveva già modificato il clima politico degli ultimi anni cateriniani.
L’imperatrice che per decenni aveva corrisposto con i philosophes (filosòf) – philosophes osservò con crescente ostilità gli avvenimenti iniziati nel 1789. Le idee che nei salotti europei potevano apparire strumenti per razionalizzare il governo assumevano ora un significato diverso quando venivano associate alla sovranità popolare, alla distruzione dei privilegi e infine alla deposizione della monarchia.
Nel 1790 Aleksandr Radiščev pubblicò il Viaggio da Pietroburgo a Mosca, un’opera che denunciava duramente la condizione dei servi e numerosi aspetti dell’ordine politico russo. Caterina reagì con estrema severità. Radiščev venne arrestato, condannato a morte e successivamente graziato con la commutazione della pena nell’esilio siberiano.
Due anni dopo fu arrestato l’editore Nikolaj Novikov, figura importante della cultura russa e legato agli ambienti massonici.
È frequente descrivere questi episodi come la conversione di Caterina dall’Illuminismo alla reazione. La formula coglie il cambiamento del clima politico, ma rischia di creare una frattura troppo netta. Caterina non era stata una costituzionalista negli anni Sessanta. Già il Nakaz considerava l’autocrazia la forma di governo adatta alla Russia. Dopo il 1789 mutò soprattutto la percezione del pericolo: l’imperatrice divenne molto meno disponibile a tollerare la circolazione di idee che potevano essere lette come contestazione diretta dell’ordine monarchico.
Non era l’abbandono improvviso di un liberalismo giovanile che, in quei termini, non era mai esistito. Era l’irrigidimento di una sovrana riformatrice che aveva sempre considerato intangibile il fondamento autocratico del proprio potere.

Conclusioni – Che cosa rimane della “Grande”?

Il soprannome con cui Caterina II è entrata nella storia contiene inevitabilmente un giudizio. Per gli osservatori legati alla tradizione imperiale russa, la «grandezza» derivava dall’espansione territoriale, dalle vittorie militari e dalla capacità di collocare definitivamente la Russia fra le potenze decisive d’Europa. Sotto questo profilo il bilancio del regno è impressionante. Tra il 1762 e il 1796 i confini imperiali avanzarono verso il Mar Nero e verso il cuore dell’antica Confederazione polacco-lituana; la Crimea fu annessa e San Pietroburgo accrebbe enormemente la propria capacità di condizionare la politica continentale.
La trasformazione interna fu meno lineare, anche perché Caterina governava strutture che potevano essere modificate soltanto entro determinati limiti senza mettere in crisi il sistema sul quale poggiava l’autocrazia.
La riforma provinciale del 1775 migliorò la presenza dello Stato sul territorio. Le Carte del 1785 ordinarono più precisamente nobiltà e popolazione urbana. Le scuole, gli istituti educativi e le accademie contribuirono alla crescita di una cultura pubblica che nel secolo successivo avrebbe prodotto effetti molto più ampi di quelli immediatamente visibili. Il Nakaz introdusse nel dibattito legislativo russo un linguaggio direttamente confrontabile con quello dell’Illuminismo europeo e la Commissione del 1767 obbligò la monarchia ad ascoltare, almeno entro confini rigidamente definiti, richieste provenienti da numerosi settori della società imperiale. La storiografia di Isabel de Madariaga ha avuto un ruolo fondamentale nel ricostruire questo insieme, sottraendo il regno alla vecchia alternativa fra esaltazione della sovrana e denuncia della sua presunta ipocrisia.
Rimane la servitù. È il punto sul quale ogni rappresentazione troppo luminosa dell’età cateriniana incontra la realtà sociale della Russia settecentesca. La sovrana conosceva il problema, consentì che venisse discusso e in alcuni momenti valutò ipotesi di cambiamento. Non avviò un processo di emancipazione; il potere della nobiltà proprietaria uscì dal suo regno solidissimo. Questo dato non annulla le riforme, così come le riforme non possono essere utilizzate per rendere marginale il destino di milioni di contadini dipendenti.
Anche l’espansione imperiale appare diversa a seconda del punto dal quale la si osserva. La conquista della Crimea assicurò alla Russia una posizione strategica nuova sul Mar Nero, mentre per il mondo tataro inaugurò una fase di progressiva subordinazione all’impero. Le spartizioni della Polonia rafforzarono enormemente San Pietroburgo e contemporaneamente cancellarono dalla carta d’Europa uno Stato che stava tentando una difficile riforma istituzionale.
Simon Dixon ha insistito sulla centralità della costruzione del potere cateriniano e sul problema della legittimità, particolarmente importante per una sovrana arrivata al trono attraverso un colpo di Stato. Quella prospettiva aiuta a comprendere molti aspetti del regno che, presi isolatamente, sembrano contraddittori. La cultura, le cerimonie, la legislazione, le vittorie militari, il rapporto con le élite e persino la corrispondenza con i philosophes contribuivano anche a definire che cosa dovesse essere Caterina agli occhi della Russia e dell’Europa.
Non occorre scegliere fra la filosofa e l’autocrate, perché furono entrambe dimensioni reali del suo governo. La stessa persona poteva considerare Beccaria un autore degno di attenzione e ritenere indispensabile conservare una monarchia assoluta; poteva sostenere l’istruzione femminile senza concepire l’uguaglianza politica moderna, discutere della condizione dei contadini senza attaccare la struttura economica della servitù, promuovere una certa tolleranza religiosa e utilizzare al tempo stesso le istituzioni confessionali come strumenti di amministrazione imperiale.
La Russia che Caterina lasciò a Paolo I era più potente, più vasta e culturalmente più integrata nell’Europa di quella che aveva conquistato nel 1762. Era anche un paese attraversato da disuguaglianze profonde, governato da una nobiltà privilegiata e ormai impegnato nella gestione di un impero ancora più eterogeneo.
È forse questa sovrapposizione di risultati e limiti, più di qualsiasi leggenda sulla donna che portò la corona, a spiegare perché il suo regno continui a occupare un posto così importante nella storia europea del Settecento.
Caterina la Grande non ha bisogno né dell’agiografia né dello scandalo per risultare straordinaria. La storia documentata è già sufficiente.

Glossario

Autocrazia — Samoderžavie (samadierjàvie) – самодержавие: principio della monarchia russa secondo cui l’imperatore esercitava la sovranità suprema senza essere subordinato a un parlamento costituzionale.

Dvorjanstvo (dvariànstva) – дворянство: nobiltà dell’Impero russo, ceto privilegiato dal quale proveniva una parte fondamentale degli ufficiali e dei funzionari dello Stato.

Gubernija (gubèrnia) – губерния: grande circoscrizione amministrativa dell’Impero russo. L’organizzazione provinciale venne profondamente modificata durante il regno di Caterina.

Krepostnoe pravo (kriepastnòie pràva) – крепостное право: insieme dei rapporti giuridici convenzionalmente indicati come «servitù della gleba» russa, che sottoponevano una parte consistente dei contadini a forme di dipendenza personale ed economica nei confronti dei proprietari.

Nakaz (nakàs) – Наказ: «Istruzione» redatta da Caterina II nel 1767 per orientare i lavori della Commissione legislativa; utilizzava e adattava estesamente idee di Montesquieu, Beccaria e altri autori dell’Illuminismo.

Philosophes (filosòf) – philosophes: termine francese con cui vengono comunemente indicati gli intellettuali dell’Illuminismo settecentesco, soprattutto quelli legati alla cultura dell’Encyclopédie e della Repubblica delle lettere.

Khanato di Crimea: Stato governato dalla dinastia Giray e storicamente legato all’Impero ottomano. Dichiarato formalmente indipendente dalla Porta nel 1774, fu annesso all’Impero russo nel 1783.

Guardia imperiale — Gvardija (gvàrdia) – гвардия: reparti militari d’élite vicini alla corte. Nel XVIII secolo russo ebbero un peso politico notevole nelle crisi dinastiche e nei colpi di palazzo.

Bibliografia essenziale commentata

Isabel de Madariaga, Catherine the Great: A Short History, 2ª ed., Yale University Press, New Haven-London, 2002.
Una delle sintesi scientifiche fondamentali sul regno. De Madariaga ricostruisce Caterina all’interno della trasformazione politica, economica, sociale e culturale della Russia settecentesca, superando sia la biografia celebrativa sia la tradizionale leggenda nera. La seconda edizione contiene una nuova prefazione dedicata anche alle fonti emerse e alle revisioni storiografiche successive alla prima pubblicazione.

Simon Dixon, Catherine the Great, Routledge, London-New York, 2001.
Studio particolarmente utile per comprendere la costruzione della legittimità cateriniana, l’esercizio dell’autocrazia, il rapporto fra immagine pubblica e potere e la posizione della Russia nell’Europa del XVIII secolo. Il volume appartiene alla collana accademica Profiles in Power.

Catherine II, The Memoirs of Catherine the Great, traduzione e cura di Mark Cruse e Hilde Hoogenboom, Modern Library, New York, 2005.
Edizione moderna delle memorie dell’imperatrice, preparata anche attraverso la consultazione dei manoscritti autografi. È una fonte primaria di straordinaria importanza per la giovinezza, il matrimonio con Pietro e la costruzione dell’immagine autobiografica di Caterina; proprio per quest’ultimo motivo deve essere letta criticamente e confrontata con la documentazione coeva.

Antonio Vaianella

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