CATERINA SFORZA: Potere e destino di una signora del Rinascimento

La signora di Forlì tra potere, guerra e leggenda

Fra le donne del Rinascimento italiano, poche hanno conosciuto una fortuna paragonabile a quella di Caterina Sforza. La sua esistenza sembra riunire, in una successione quasi ininterrotta, molti dei caratteri che siamo abituati ad associare all’Italia delle signorie: alleanze matrimoniali, congiure, assedi, vendette, diplomazia, rivalità dinastiche, eserciti mercenari e un esercizio del potere nel quale la capacità personale poteva ancora incidere profondamente sulla sopravvivenza di uno Stato.
Questa stessa ricchezza di avvenimenti ha però favorito, già a partire dalle generazioni immediatamente successive, la sovrapposizione fra la donna realmente esistita e il personaggio consegnato alla memoria. Cronisti, teorici politici, biografi e, molto più tardi, romanzieri hanno privilegiato soprattutto gli episodi più spettacolari: l’occupazione di Castel Sant’Angelo, la sfida ai congiurati di Forlì, la repressione degli assassini dei suoi uomini, la resistenza contro Cesare Borgia. Ne è derivata l’immagine della “Tigre di Forlì”, definizione suggestiva e fortunata, ma insufficiente a comprendere una personalità che fu anche amministratrice, reggente, interlocutrice delle principali potenze italiane e depositaria di una cultura pratica testimoniata dalla raccolta degli Experimenti.
La sua vicenda acquista inoltre un significato particolare perché attraversa gli ultimi decenni dell’Italia quattrocentesca e raggiunge la grande frattura delle Guerre d’Italia. Caterina nacque nel mondo politico costruito dopo la Pace di Lodi, quando Milano, Venezia, Firenze, Napoli e il papato cercavano di mantenere un equilibrio peninsulare fondato sulla diplomazia e sulle alleanze; morì quando gli eserciti francesi, spagnoli e imperiali avevano ormai trasformato radicalmente quel sistema. La sua biografia è dunque anche la storia di una crisi: quella delle piccole e medie signorie italiane di fronte all’ingresso delle grandi monarchie europee nella penisola.

Una figlia degli Sforza

Caterina nacque probabilmente a Milano nel 1463, figlia naturale di Galeazzo Maria Sforza e di Lucrezia Landriani. Il padre la riconobbe e la fece legittimare, permettendole così di essere pienamente inserita nell’universo dinastico della famiglia.
Gli Sforza rappresentavano allora un caso relativamente recente di ascesa al rango principesco. Il nonno di Caterina, Francesco Sforza, aveva costruito la propria fortuna come condottiero e, attraverso il matrimonio con Bianca Maria Visconti, unica figlia legittimata del duca Filippo Maria Visconti, aveva acquisito una posizione decisiva nella successione milanese. Nel 1450 era riuscito a imporsi come duca di Milano, trasformando il prestigio militare in potere dinastico. Alla generazione di Caterina, la famiglia governava ormai uno degli Stati più ricchi e influenti dell’Italia settentrionale.
Caterina crebbe nell’ambiente della corte milanese, sotto l’influenza anche di Bianca Maria Visconti e, successivamente, di Bona di Savoia, seconda moglie di Galeazzo Maria. Le fonti non consentono di ricostruire nei particolari un programma educativo personale e sarebbe improprio attribuirle studi specifici senza una documentazione adeguata. La corrispondenza e l’attività degli anni maturi rivelano tuttavia una donna perfettamente inserita nella cultura delle corti, capace di comprendere questioni amministrative, militari e diplomatiche e di interloquire con ambasciatori e governanti.
Era ancora molto giovane quando la politica dinastica ne determinò il matrimonio.
Nel 1477 sposò Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV. L’unione rispondeva agli interessi di entrambe le famiglie: rafforzava i rapporti fra Milano e il papato e offriva a Girolamo un legame prestigioso con la dinastia sforzesca. Sisto IV, Francesco della Rovere prima dell’elezione pontificia, perseguiva infatti una politica di consolidamento familiare che aveva portato diversi suoi parenti a occupare posizioni di grande rilievo.
Girolamo fu uno dei principali beneficiari di questo sistema. Imola e successivamente Forlì formarono il nucleo della signoria romagnola destinata a essere governata dai Riario.
Nei primi anni Caterina soggiornò a lungo a Roma. La corte pontificia offriva un osservatorio privilegiato sulla politica italiana: cardinali, ambasciatori, rappresentanti delle grandi famiglie e agenti diplomatici delle potenze straniere convergevano nella città, mentre il pontefice esercitava contemporaneamente un’autorità spirituale universale e il governo temporale dello Stato della Chiesa. Non dobbiamo anticipare agli anni giovanili l’autonomia politica che Caterina avrebbe acquisito più tardi; il personaggio dominante della coppia rimaneva Girolamo. L’esperienza romana contribuì comunque a inserirla in un ambiente nel quale il potere era esercitato attraverso una combinazione continua di parentela, patronato, diplomazia e forza.

Castel Sant’Angelo e la crisi del 1484

Il primo episodio che impose Caterina all’attenzione politica italiana avvenne nell’agosto del 1484.
Sisto IV morì il 12 agosto. Come spesso accadeva durante la sede vacante, Roma entrò in una fase di grave instabilità: le rivalità fra le grandi famiglie si riaccesero e la posizione dei parenti del pontefice defunto divenne improvvisamente vulnerabile. Per i Riario, la morte di Sisto significava soprattutto la perdita dell’uomo dal quale dipendeva una parte considerevole della loro fortuna politica.
Caterina reagì prendendo il controllo di Castel Sant’Angelo. Era poco più che ventenne ed era incinta. L’occupazione della fortezza, che dominava un punto nevralgico della città e possedeva un enorme valore strategico, aveva lo scopo di fornire ai Riario uno strumento di pressione durante la fase che avrebbe condotto al conclave.
La tradizione successiva ha spesso isolato l’episodio come prima manifestazione di un temperamento eccezionalmente audace. Il gesto fu certamente inconsueto e impressionò i contemporanei; la sua logica era però strettamente politica. Caterina cercava di preservare il patrimonio di potere costruito sotto Sisto IV in un momento nel quale il nuovo conclave poteva cancellarlo rapidamente.
L’elezione di Innocenzo VIII modificò gli equilibri. Dopo le trattative Caterina abbandonò la fortezza e i Riario lasciarono Roma, trasferendo il centro dei propri interessi nei domini romagnoli.
Forlì non era una città semplice da governare. La signoria di Girolamo incontrava l’opposizione di settori dell’aristocrazia e della popolazione; le esigenze finanziarie avevano alimentato tensioni, mentre le famiglie tradizionalmente influenti non accettavano facilmente la concentrazione del potere nelle mani dei Riario. Caterina partecipò sempre più direttamente alla vita politica locale e prestò particolare attenzione alle fortificazioni, consapevole che il controllo delle rocche rappresentava una garanzia essenziale della sopravvivenza signorile.
Nel 1487 dovette affrontare anche la ribellione del castellano di Ravaldino, Melchiorre Zoccheo. L’episodio mostrò quanto la fedeltà di chi custodiva una fortezza potesse decidere il destino di una dinastia. Un anno più tardi questa consapevolezza sarebbe risultata determinante.

La congiura del 1488

Il 14 aprile 1488 Girolamo Riario venne assassinato nel palazzo signorile di Forlì. Alla congiura parteciparono membri della famiglia Orsi, sostenuti da altri avversari della signoria. Il cadavere del conte fu gettato da una finestra e il palazzo saccheggiato.
Caterina e i figli caddero nelle mani dei congiurati. Furono inizialmente trattenuti nel quartiere degli Orsi e successivamente trasferiti, per intervento del governatore pontificio Bernardino Savelli, nella rocchetta di Porta San Pietro.
La morte di Girolamo sembrava avere risolto la lotta politica. La città era sostanzialmente nelle mani dei ribelli e la famiglia del signore assassinato era prigioniera. Rimaneva tuttavia fuori dal loro controllo la principale fortezza cittadina, la Rocca di Ravaldino, custodita da Tommaso Feo, fedele ai Riario.
Caterina comprese che proprio lì si trovava l’unica possibilità di rovesciare la situazione.
Fece credere ai congiurati di poter convincere il castellano a consegnare la fortezza e ottenne il permesso di entrarvi. I figli rimasero nelle mani degli Orsi come ostaggi. Una volta raggiunta la sicurezza delle mura, Caterina rifiutò qualsiasi resa e assunse il controllo della resistenza. Dal 19 aprile l’artiglieria di Ravaldino cominciò a sparare sulla città.
Nel giro di pochi giorni la vedova prigioniera era tornata a essere un soggetto politico con il quale gli avversari dovevano necessariamente trattare.

I figli, le mura e il racconto di Machiavelli

A quei giorni risale l’episodio che più di ogni altro avrebbe contribuito alla leggenda di Caterina Sforza.
I congiurati cercarono di utilizzare i figli rimasti nelle loro mani per costringerla a consegnare la rocca. La versione destinata a diventare celebre fu fissata soprattutto da Niccolò Machiavelli, secondo il quale Caterina avrebbe reagito alla minaccia di vedere uccisi i propri figli sollevando le vesti e mostrando le parti genitali, a significare che possedeva ancora il mezzo per generarne altri.
Il gesto è stato ricondotto dagli studiosi all’anásyrma (anàsirma) – ἀνάσυρμα, termine greco impiegato per indicare l’esibizione delle parti intime attraverso il sollevamento delle vesti.
Qui la distinzione fra fatto documentato e costruzione letteraria deve essere particolarmente rigorosa.
Che i figli fossero rimasti come ostaggi è attestato. La fermezza di Caterina e il carattere provocatorio della risposta agli avversari trovano anch’essi riscontri nelle testimonianze relative alla crisi. Più difficile è stabilire se la scena si sia svolta esattamente nella forma che Machiavelli avrebbe descritto molti anni dopo.
Un elemento documentario spesso trascurato modifica inoltre la percezione dell’episodio: Caterina dichiarò ai propri nemici di essere incinta di Girolamo. Questa circostanza non compare nella versione machiavelliana diventata proverbiale.
Machiavelli non era comunque un autore lontano dal personaggio. Nel 1499 avrebbe incontrato Caterina personalmente durante una missione diplomatica a Forlì. La sua testimonianza possiede quindi un interesse particolare, ma deve essere letta tenendo conto della natura delle opere nelle quali venne utilizzata: il segretario fiorentino trasformava gli avvenimenti storici in esempi attraverso i quali ragionare sulle congiure, sulle fortezze e sulla capacità di conservare il potere.
Nel 1488, intanto, Caterina non aveva bisogno di costruire una leggenda. Doveva guadagnare tempo.

Il ritorno al potere e la repressione

Milano reagì rapidamente all’assassinio di Girolamo. Alla fine di aprile un consistente esercito sforzesco, sostenuto anche dalle forze dei Bentivoglio di Bologna, raggiunse il territorio forlivese. Di fronte all’imminente intervento militare la posizione degli Orsi divenne insostenibile e i principali congiurati abbandonarono la città.
Il 30 aprile 1488 Caterina riprese il controllo di Forlì, formalmente in nome del figlio primogenito Ottaviano Riario, ancora minorenne. Il riconoscimento pontificio della reggenza consolidò successivamente la nuova situazione.
La risposta agli assassini di Girolamo fu durissima. Vennero eseguite condanne, confiscati beni e colpite le famiglie coinvolte nella congiura; il palazzo degli Orsi fu distrutto. Le fonti descrivono una repressione che contribuì in maniera decisiva alla fama di Caterina come governante implacabile.
Sarebbe però improprio trasformare questa violenza in una semplice manifestazione psicologica. Le vendette personali e la restaurazione dell’autorità signorile si sovrapponevano in un sistema politico nel quale lasciare intatte le reti dei congiurati poteva significare preparare una nuova rivolta. Ciò non attenua la responsabilità delle decisioni prese; consente di comprenderne la logica storica.
La Caterina che emerse dalla crisi del 1488 non era più soltanto la vedova di Girolamo Riario. Era la reggente effettiva di Imola e Forlì.

Governare la Romagna

Negli anni successivi Caterina esercitò direttamente il potere in nome di Ottaviano. La documentazione amministrativa e diplomatica consente di seguirne l’attività nelle finanze, nella gestione delle fortificazioni, nelle relazioni con gli altri Stati e nell’organizzazione militare.
Le difficoltà erano considerevoli. Imola e Forlì costituivano territori relativamente piccoli, formalmente dipendenti dal pontefice e collocati in una regione sulla quale convergevano gli interessi di Milano, Venezia, Firenze e Bologna. La sopravvivenza politica dipendeva da un delicato gioco di alleanze e dalla capacità di evitare un isolamento pericoloso.
Anche la situazione economica rimase problematica. Caterina dovette chiedere sostegno a Milano e affrontare le conseguenze di un sistema fiscale che già durante il governo di Girolamo aveva suscitato malcontento. La conservazione delle fortificazioni e delle truppe richiedeva risorse ingenti, mentre la signoria non disponeva della capacità finanziaria delle grandi potenze italiane.
In questo contesto il governo quotidiano appare molto diverso dall’immagine esclusivamente militare consegnata dalla leggenda. Una parte consistente dell’attività di Caterina consisteva nel trattare, scrivere, raccogliere informazioni, controllare funzionari e trovare denaro.
La guerra era soltanto uno degli strumenti del potere.

Giacomo Feo e una seconda congiura

Dopo la morte di Girolamo, Caterina si legò a Giacomo Feo, fratello del castellano Tommaso. Il rapporto ebbe anche una formalizzazione matrimoniale, mantenuta però segreta. Rendere pubblica l’unione avrebbe potuto creare difficoltà alla posizione di Caterina come reggente dei figli Riario e alterare gli equilibri dinastici sui quali poggiava il suo governo.
Feo acquisì progressivamente influenza e prestigio. Proprio questa ascesa alimentò ostilità negli ambienti della corte e fra alcuni dei figli maggiori di Caterina.
Nel 1495 Giacomo Feo venne assassinato in una nuova congiura.
La reazione fu ancora una volta violentissima. I responsabili dell’attentato e le persone considerate complici furono perseguiti e puniti; la repressione coinvolse anche famiglie e reti di relazione legate agli assassini.
La storiografia romantica vide in questi episodi la conferma di un temperamento dominato dalle passioni. Le fonti mostrano una realtà nella quale motivazioni personali e ragioni politiche risultano difficilmente separabili: Feo era insieme l’uomo al quale Caterina era legata e una figura centrale nel sistema di potere della signoria. La sua eliminazione costituiva quindi un colpo personale e un attentato all’ordine politico costruito dalla reggente.

Giovanni de’ Medici e una nuova discendenza

Dopo la morte di Feo, Caterina si legò a Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici, detto il Popolano, esponente di un ramo collaterale della grande famiglia fiorentina.
Il matrimonio, mantenuto anch’esso riservato, viene collocato fra il 1496 e il 1497. Una datazione più precisa non è sufficientemente garantita dalla documentazione.
La famiglia Medici attraversava allora una fase particolarmente delicata. Nel 1494 Piero de’ Medici era stato espulso da Firenze, mentre Giovanni e il fratello Lorenzo appartenevano al ramo che aveva assunto una posizione diversa rispetto alla linea principale.
Il 6 aprile 1498 Caterina diede alla luce a Forlì un figlio, inizialmente chiamato Ludovico e successivamente noto come Giovanni de’ Medici, destinato a entrare nella storia con il nome di Giovanni dalle Bande Nere.
Attraverso quel bambino, la storia dinastica di Caterina avrebbe avuto conseguenze imprevedibili. Giovanni divenne uno dei più celebri comandanti militari delle Guerre d’Italia e fu padre di Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze dal 1537 e, dal 1569, granduca di Toscana. La signora che avrebbe perduto Imola e Forlì divenne così antenata della linea granducale medicea.
Giovanni di Pierfrancesco morì nel settembre del 1498. Caterina era nuovamente vedova.
Questa volta, tuttavia, il pericolo non proveniva da una congiura interna. L’intero sistema politico italiano stava entrando in crisi.

Le Guerre d’Italia e la fine di un equilibrio

La discesa di Carlo VIII di Francia nel 1494 aveva aperto la stagione delle Guerre d’Italia. Per decenni le principali potenze della penisola avevano cercato di mantenere un equilibrio attraverso la diplomazia e alleanze mutevoli; l’ingresso diretto delle grandi monarchie europee modificò la scala stessa dei conflitti.
Nel 1499 Luigi XII rivendicò il Ducato di Milano e avviò la campagna che avrebbe provocato il crollo del potere di Ludovico il Moro. Per Caterina la caduta degli Sforza rappresentò una perdita gravissima: veniva meno il principale sostegno dinastico e militare sul quale aveva potuto fare affidamento nelle crisi precedenti.
A Roma sedeva dal 1492 Alessandro VI, Rodrigo Borgia. Il pontefice intendeva rafforzare l’autorità della Santa Sede sulle signorie romagnole che, pur dipendendo giuridicamente dal papato, avevano acquisito un’ampia autonomia.
Il protagonista militare di questa politica sarebbe stato il figlio Cesare Borgia.
Cesare aveva abbandonato la dignità cardinalizia ed era entrato nell’orbita politica di Luigi XII, dal quale aveva ricevuto il Ducato di Valentinois. Da quel titolo derivò l’appellativo di Valentino con il quale sarebbe diventato celebre.
L’appoggio francese gli fornì uomini, artiglierie e protezione diplomatica. Alessandro VI poté così dichiarare decaduti diversi vicari pontifici della Romagna e preparare una campagna volta a ricondurre quei territori sotto un controllo più diretto.
Fra i primi obiettivi vi erano proprio Imola e Forlì.

Imola, Forlì e l’ultima guerra

Cesare Borgia comparve davanti a Imola il 23 novembre 1499. La città si arrese rapidamente e il 25 novembre era sostanzialmente perduta per Caterina; la rocca continuò invece a resistere fino all’11 dicembre.
La reggente concentrò le proprie forze su Forlì e soprattutto sulla Rocca di Ravaldino, la stessa fortezza che undici anni prima le aveva permesso di sopravvivere alla congiura degli Orsi.
Forlì passò nelle mani del Valentino nel dicembre 1499. Le fonti non concordano perfettamente sulla data precisa del suo ingresso, collocata generalmente fra il 17 e il 19 dicembre. Ravaldino, però, rimase nelle mani di Caterina.
Per anni ella aveva dedicato grande attenzione alle fortificazioni e conosceva perfettamente il valore strategico della rocca. La documentazione e le testimonianze contemporanee la mostrano impegnata personalmente nell’organizzazione della resistenza, nel controllo delle artiglierie e nella gestione della guarnigione.
La disparità delle forze era tuttavia considerevole. Cesare disponeva del sostegno francese e di mezzi d’assedio molto superiori a quelli che i congiurati forlivesi avevano potuto mettere in campo nel 1488.
Inoltre la guerra era cambiata.
Lo sviluppo dell’artiglieria pesante aveva progressivamente ridotto l’efficacia delle fortificazioni medievali. Cannoni capaci di concentrare il tiro contro uno stesso tratto di muratura potevano aprire brecce che pochi decenni prima avrebbero richiesto assedi assai più lunghi. Gli architetti militari stavano già reagendo attraverso nuove forme di fortificazione, ma il processo che avrebbe condotto alla piena affermazione della fortificazione bastionata era ancora in corso.
Ravaldino resistette per settimane.
La tenacia della difesa impressionò gli osservatori e contribuì in modo decisivo alla fama militare di Caterina. La fortezza non poteva però resistere indefinitamente.
L’assalto conclusivo avvenne nella prima metà di gennaio 1500. La tradizione storiografica ha frequentemente indicato il 12 gennaio, mentre alcune ricostruzioni documentarie collocano la caduta definitiva il 16. La divergenza delle fonti suggerisce di evitare una precisione cronologica che non corrisponde allo stato effettivo delle conoscenze.
Le truppe borgiane riuscirono infine a penetrare nella fortezza.
Caterina fu catturata. La signoria dei Riario-Sforza su Imola e Forlì era terminata.

La prigioniera di Cesare Borgia

La cattura della signora di Forlì ebbe un grande valore politico e propagandistico. Caterina venne condotta a Roma, dapprima custodita nel Belvedere Vaticano e successivamente rinchiusa in Castel Sant’Angelo.
Il ritorno nella fortezza romana aveva una straordinaria forza simbolica. Nel 1484, giovane moglie di Girolamo Riario, Caterina l’aveva occupata per difendere gli interessi della famiglia durante la sede vacante; sedici anni più tardi vi entrava come prigioniera del figlio di Alessandro VI.
Intorno alla detenzione si svilupparono successivamente racconti di varia natura. Alcuni attribuirono a Cesare Borgia comportamenti per i quali non esiste un riscontro documentario sufficiente; altri trasformarono il rapporto fra vincitore e prigioniera in una vicenda dai caratteri quasi romanzeschi. In assenza di prove adeguate, questi elementi devono rimanere fuori da una ricostruzione storica.
La dimensione essenziale della prigionia fu politica.
La presenza di truppe e comandanti francesi nella campagna aveva creato infatti una situazione delicata. Caterina poté beneficiare delle pressioni esercitate dalla Francia e, in particolare, dell’intervento del generale francese Yves de Tourzel, barone d’Alègre, presso Alessandro VI.
Nel giugno 1501, dopo avere rinunciato formalmente alle proprie pretese sui domini romagnoli, Caterina fu liberata. Raggiunse quindi la Toscana e alla metà di luglio si trovava a Firenze, dove aveva precedentemente fatto trasferire i figli.
La sua esperienza di governo era finita.

Machiavelli davanti a Caterina

Due anni prima della caduta di Ravaldino, o più precisamente nel luglio 1499, Caterina aveva incontrato personalmente Niccolò Machiavelli, allora funzionario della Repubblica fiorentina.
Firenze lo aveva inviato a Forlì per discutere soprattutto della condotta militare di Ottaviano Riario e delle necessità connesse alla guerra contro Pisa. Le lettere diplomatiche permettono di seguire direttamente le trattative e costituiscono una testimonianza particolarmente importante perché precedono di pochi mesi l’offensiva borgiana.
L’incontro avrebbe assunto un significato ulteriore nelle opere successive di Machiavelli.
Caterina compare nel Decennale primo, nel Principe, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, nell’Arte della guerra e nelle Istorie fiorentine. Il personaggio incontrato durante una missione diplomatica divenne materiale attraverso il quale il pensatore fiorentino rifletté su problemi più generali: il valore delle fortezze, il pericolo delle congiure, la capacità di mantenere il potere, il rapporto fra decisione politica e circostanze.
Il caso di Caterina è quindi particolarmente interessante per comprendere il metodo machiavelliano. L’autore disponeva di conoscenze concrete e aveva incontrato personalmente la protagonista, ma nelle opere teoriche gli avvenimenti venivano selezionati e organizzati in funzione dell’argomentazione.
La scena di Ravaldino mostra con particolare chiarezza questo processo: la storia diventava esempio politico e, attraverso l’efficacia della scrittura, entrava nella memoria collettiva.

Gli Experimenti e la cultura dei segreti

Esiste un’altra Caterina, molto meno presente nell’immaginario popolare, che emerge attraverso una raccolta conosciuta come Experimenti.
Il testo è giunto attraverso una copia cinquecentesca attribuita a Lucantonio Cuppano, personaggio legato successivamente all’ambiente di Giovanni dalle Bande Nere. Il copista dichiarava di avere trascritto materiale proveniente dagli autografi della contessa. Nell’Ottocento Pier Desiderio Pasolini recuperò e pubblicò il ricettario nell’ambito delle proprie ricerche sulla signora di Forlì.
La raccolta comprende centinaia di ricette e procedimenti relativi alla cura del corpo, alla cosmesi, alla preparazione di rimedi, alla lavorazione di sostanze e a pratiche che appartenevano all’universo dell’alchimia.
Non dobbiamo applicare a questo materiale le categorie disciplinari contemporanee. Fra Quattrocento e Cinquecento la separazione fra medicina, farmacia, cosmesi e chimica non corrispondeva a quella moderna. Medici, speziali, artigiani e membri delle corti potevano condividere conoscenze relative alle proprietà delle piante, dei minerali e delle sostanze di origine animale.
Gli Experimenti appartengono alla tradizione dei cosiddetti libri di segreti, raccolte manoscritte o a stampa nelle quali venivano registrate preparazioni mediche, cosmetiche e tecniche. Alcune ricette derivavano dalla tradizione classica e medievale, altre dall’esperienza degli speziali o dalla trasmissione di conoscenze pratiche.
Definire Caterina una “chimica” o una “scienziata” nel significato moderno sarebbe quindi anacronistico. È invece legittimo riconoscere nella raccolta la testimonianza di un interesse concreto per un sapere pratico che occupava un posto importante nella cultura rinascimentale.
Questa dimensione modifica sensibilmente il ritratto tradizionale. Accanto alla donna delle fortezze e delle congiure compare una persona interessata alla conservazione, alla sperimentazione e alla trasmissione delle conoscenze disponibili nel proprio tempo.

Firenze e gli ultimi anni

Dopo la liberazione Caterina visse prevalentemente a Firenze. Per qualche tempo non abbandonò completamente la speranza di recuperare i domini perduti, soprattutto dopo la crisi del potere borgiano seguita alla morte di Alessandro VI nel 1503; le condizioni politiche, tuttavia, non consentirono una restaurazione dei Riario-Sforza.
Gli ultimi anni furono dedicati in misura crescente agli interessi familiari e alla tutela dei figli.
Particolare importanza aveva naturalmente Giovanni, ancora bambino, destinato a crescere nell’ambiente mediceo e a intraprendere in seguito una carriera militare che lo avrebbe reso uno dei condottieri più celebri del primo Cinquecento.
Caterina morì a Firenze il 28 maggio 1509, a circa quarantasei anni.
La data della morte è documentata con sicurezza; è invece preferibile non attribuire con eccessiva certezza una specifica diagnosi moderna alla malattia che la condusse alla fine. Fu sepolta nel monastero delle Murate. Le successive trasformazioni del complesso hanno impedito la conservazione della sepoltura nella sua configurazione originaria.

Dalla storia alla “Tigre di Forlì”

La morte non concluse la vicenda di Caterina Sforza. Iniziò, semmai, la storia della sua memoria.
Machiavelli aveva già contribuito a trasformarla in un personaggio della riflessione politica. Nei secoli successivi le cronache e le biografie privilegiarono inevitabilmente gli avvenimenti più spettacolari, mentre la cultura ottocentesca, particolarmente attratta dalle personalità forti del Rinascimento, accentuò il carattere eroico e passionale della sua vicenda.
Si consolidò così l’immagine della “Tigre di Forlì”, alla quale si affiancò talvolta quella della “Leonessa di Romagna”.
Questi appellativi appartengono alla fortuna del personaggio più che alla terminologia politica del suo tempo. Possono essere utilizzati per raccontare la costruzione della memoria, purché non vengano scambiati per titoli contemporanei o per una definizione sufficiente della donna storica.
La documentazione restituisce infatti una figura molto più articolata.
Caterina esercitò realmente il governo. Non fu una semplice presenza dinastica dietro la quale operavano consiglieri maschi: partecipò alla diplomazia, intervenne nelle questioni finanziarie, controllò le fortificazioni e assunse direttamente decisioni militari.
Fu anche una governante capace di estrema durezza. Le repressioni del 1488 e del 1495 appartengono pienamente alla sua responsabilità e non devono essere nascoste dietro una rappresentazione celebrativa. Al tempo stesso vanno comprese entro un sistema politico nel quale la violenza costituiva uno degli strumenti ordinari per difendere e restaurare il potere signorile.
Il fatto che fosse una donna rese certamente più sorprendente agli occhi dei contemporanei la sua partecipazione diretta alle crisi militari, ma sarebbe inesatto considerarla l’unica donna del Rinascimento italiano capace di esercitare autorità politica. Reggenze e forme di governo femminile erano possibili all’interno delle grandi dinastie, soprattutto durante le assenze o la minore età degli eredi.
La peculiarità di Caterina consiste nella continuità e nell’intensità con cui esercitò il potere, nella quantità delle crisi alle quali partecipò personalmente e nella straordinaria fortuna letteraria e storiografica che seguì alla sua morte.

Un’eredità inattesa

Sul piano politico immediato, Caterina fu sconfitta.
Cesare Borgia conquistò Imola e Forlì e la signoria dei Riario-Sforza non venne restaurata. La caduta di Ravaldino segnò la conclusione definitiva del potere che aveva difeso per oltre un decennio.
La storia dinastica seguì però un percorso molto diverso.
Il figlio Giovanni dalle Bande Nere divenne uno dei più celebri comandanti militari della prima metà del Cinquecento. Morì nel 1526 in seguito alle ferite riportate durante le operazioni contro le forze imperiali. Suo figlio Cosimo I, nipote di Caterina, divenne duca di Firenze nel 1537 e granduca di Toscana nel 1569.
Attraverso questa discendenza, la signora di Forlì entrò nella genealogia di una delle dinastie destinate a governare più a lungo nell’Italia moderna.
L’eredità non fu soltanto genealogica. Gli Experimenti conservarono la traccia della sua relazione con la cultura pratica rinascimentale; Machiavelli la trasformò in un esempio della propria riflessione politica; le vicende di Forlì ne fecero un caso privilegiato per lo studio delle signorie romagnole e del governo femminile.
La sua sconfitta militare non coincise dunque con una scomparsa dalla storia.

Conclusioni

Caterina Sforza visse nel momento in cui l’ordine politico dell’Italia quattrocentesca raggiungeva il proprio limite. Nata nella Milano degli Sforza, cresciuta dentro un sistema fondato sulle alleanze dinastiche e sulla diplomazia fra Stati regionali, attraversò la politica nepotistica di Sisto IV, le tensioni delle signorie romagnole, la discesa degli eserciti francesi e l’espansione di Cesare Borgia. Quando morì, nel 1509, il mondo nel quale era stata educata non esisteva più nella forma conosciuta durante la sua giovinezza.
Le fonti permettono di riconoscere in lei una governante autentica. Caterina esercitò direttamente l’autorità, amministrò territori, trattò con ambasciatori e principi, intervenne nell’organizzazione militare e comprese con particolare chiarezza il valore strategico delle fortificazioni. Le stesse fonti mostrano le zone più dure della sua esperienza: le repressioni, le vendette politiche, le difficoltà finanziarie e l’uso della forza appartengono alla sua storia quanto la resistenza di Ravaldino.
Separare questa donna dalla protagonista della leggenda non significa ridimensionarla. Avviene esattamente il contrario.
Dietro la scena fissata da Machiavelli esiste una crisi politica concreta: un marito assassinato, una giovane vedova prigioniera, i figli trattenuti come ostaggi, una fortezza rimasta fedele e un esercito sforzesco in marcia verso Forlì. Dietro la guerriera che affrontò Cesare Borgia troviamo una reggente costretta a governare un piccolo Stato mentre il sistema politico italiano veniva travolto da forze che nessuna signoria romagnola avrebbe potuto affrontare da sola. Dietro la “Tigre” emergono infine l’amministrazione quotidiana, la diplomazia e gli Experimenti.
Anche la sconfitta del 1500 acquista così un significato più ampio. Caterina non cadde semplicemente perché Cesare Borgia fu un comandante migliore o perché Ravaldino non seppe resistere. La sua signoria venne investita da una trasformazione politica e militare che stava modificando l’intera penisola: l’intervento delle monarchie europee, la crescente capacità delle artiglierie e il tentativo pontificio di eliminare l’autonomia dei vicari romagnoli riducevano drasticamente lo spazio nel quale una piccola dinastia poteva sopravvivere.
Caterina morì senza avere riconquistato Imola e Forlì. Attraverso Giovanni dalle Bande Nere entrò però nella genealogia dei granduchi di Toscana; attraverso Machiavelli divenne materia della riflessione politica europea; attraverso gli Experimenti lasciò una testimonianza preziosa della cultura pratica del Rinascimento.
La Caterina Sforza che emerge dalla ricerca storica è dunque più interessante della sua leggenda. Non perché fosse estranea al proprio tempo, bensì perché ne incarnò con straordinaria intensità le possibilità e le contraddizioni: la mobilità delle fortune dinastiche, la violenza del potere, la fragilità delle alleanze, il ruolo delle donne nelle strategie familiari e, in circostanze eccezionali, nell’esercizio diretto del governo.
La “Tigre di Forlì” appartiene alla memoria. Caterina Sforza appartiene alla storia, e la storia restituisce una figura ancora più complessa e affascinante.

Glossario

Anásyrma (anàsirma) – ἀνάσυρμα — Termine greco usato per indicare il gesto di sollevare le vesti ed esibire le parti genitali. È impiegato dagli studiosi anche nell’analisi della celebre scena attribuita da Machiavelli a Caterina Sforza durante la crisi di Ravaldino.

Condotta — Contratto mediante il quale uno Stato affidava a un capitano un incarico militare, stabilendo durata del servizio, consistenza delle truppe e compenso.

Condottiero — Comandante professionista posto alla guida di truppe assoldate attraverso una condotta.

Libri di segreti — Raccolte manoscritte o a stampa contenenti ricette e procedimenti relativi alla medicina empirica, alla cosmesi, alle tecniche artigianali, alle preparazioni farmaceutiche e alle pratiche alchemiche.

Reggente — Persona che esercita il governo in nome del titolare legittimo quando questi, per esempio a causa della minore età, non può esercitarlo direttamente.

Rocca — Complesso fortificato destinato alla difesa militare e, nelle città signorili, anche al controllo strategico del centro urbano e del territorio.

Sede vacante — Periodo compreso fra la morte o la rinuncia di un pontefice e l’elezione del successore.

Signoria — Forma di governo sviluppatasi in numerose città italiane nella quale l’autorità politica veniva esercitata stabilmente da un signore e, spesso, dalla sua dinastia.

Stato della Chiesa — Insieme dei territori sui quali il pontefice esercitava, oltre all’autorità religiosa, il potere temporale.

Valentino — Appellativo di Cesare Borgia derivato dal titolo di duca di Valentinois conferitogli da Luigi XII di Francia.

Bibliografia essenziale commentata

Pier Desiderio Pasolini, Caterina Sforza, 3 voll., E. Loescher, Roma, 1893.
La grande ricostruzione documentaria ottocentesca dedicata a Caterina. L’opera risente inevitabilmente dell’impostazione storiografica del proprio tempo, ma conserva un’importanza fondamentale per l’ampiezza della ricerca archivistica e per la quantità di documenti raccolti e pubblicati.

Ernst Breisach, Caterina Sforza: A Renaissance Virago, University of Chicago Press, Chicago, 1967.
Una delle principali monografie scientifiche moderne dedicate alla signora di Imola e Forlì. Particolarmente utile per l’inquadramento della sua esperienza nel sistema politico dell’Italia rinascimentale e per l’esame critico della tradizione formatasi intorno alla sua figura.

Paolo Aldo Rossi, Caterina Sforza. Gli Experimenti de la Ex.ma S.ra Caterina da Furlj, Castel Negrino, Aicurzio, 2018.
Studio ed edizione del ricettario attribuito a Caterina, essenziale per approfondire una dimensione meno conosciuta della sua cultura: medicina empirica, cosmesi, preparazioni farmaceutiche, pratiche alchemiche e tradizione rinascimentale dei libri di segreti.

Antonio Vaianella

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