GAIO GIULIO CESARE. La conquista del potere
I GRANDI DOSSIER DI STORIA VIVA
La vita di Gaio Giulio Cesare – Parte II di X
Per molti giovani aristocratici romani il cursus honorum rappresentava il naturale percorso verso le magistrature. Per Gaio Giulio Cesare, invece, la politica divenne un progetto di vita costruito con straordinaria determinazione, sostenuto da una rete di alleanze, da un uso sapiente del consenso popolare e da una capacità fuori dal comune di trasformare ogni difficoltà in un’opportunità. Fu in questi anni che iniziò a delinearsi il metodo politico destinato a cambiare la storia di Roma.
III. Ambizione, debiti e costruzione del consenso
L’inizio del viaggio verso il potere.
Gli anni che seguirono il ritorno dalla Hispania rappresentarono una svolta decisiva nella carriera di Gaio Giulio Cesare. Fino a quel momento il giovane aristocratico aveva saputo distinguersi per il coraggio dimostrato durante le guerre in Asia, per le sue qualità oratorie e per una rapida successione di magistrature che lo avevano progressivamente introdotto nella vita pubblica romana. Da questo momento, tuttavia, la sua ambizione iniziò ad assumere una dimensione completamente nuova.
Cesare comprese che, nella tarda Repubblica, il prestigio personale non bastava più a garantire il successo politico. Le grandi famiglie senatorie continuavano a dominare le magistrature, ma il consenso del popolo, il sostegno delle clientele, l’appoggio di potenti alleati finanziari e la capacità di imporsi nel dibattito pubblico erano ormai diventati elementi altrettanto decisivi. La competizione fra gli aristocratici si combatteva contemporaneamente nelle assemblee, nei tribunali, nelle cerimonie religiose, nei giochi pubblici e perfino nelle alleanze matrimoniali.
Fu proprio in questi anni che Cesare iniziò a costruire, con straordinaria lucidità, quella rete di relazioni personali, politiche ed economiche che gli avrebbe consentito di emergere come uno dei protagonisti della scena romana.
Rientrato dalla Spagna, sposò Pompea, nipote del dittatore Lucio Cornelio Silla. L’unione può apparire sorprendente se si considera che Cesare aveva rischiato la vita proprio durante le proscrizioni sillane, rifiutandosi di ripudiare la prima moglie Cornelia. In realtà, i matrimoni aristocratici rispondevano soprattutto a esigenze politiche e familiari. Le divisioni nate durante la guerra civile non impedivano nuove alleanze quando gli interessi delle rispettive gentes lo rendevano conveniente. Più che un gesto di riconciliazione personale, quel matrimonio rifletteva il pragmatismo della classe dirigente romana.
Nel 65 a.C. Cesare fu eletto edile curule insieme a Marco Calpurnio Bibulo, destinato alcuni anni dopo a diventare il suo collega nel consolato e uno dei suoi più tenaci avversari politici.
L’edilità era una magistratura apparentemente secondaria, ma offriva enormi possibilità di accrescere la propria popolarità. Gli edili erano responsabili della manutenzione degli edifici pubblici, della vigilanza sui mercati, dell’approvvigionamento urbano e soprattutto dell’organizzazione dei giochi, delle feste religiose e degli spettacoli destinati al popolo di Roma.
In un sistema politico fondato sul prestigio personale, i giochi pubblici costituivano molto più di un semplice intrattenimento. Essi rappresentavano una forma di comunicazione politica, attraverso la quale un magistrato poteva mostrare la propria generosità, la ricchezza della propria famiglia e la capacità di sostenere economicamente la comunità. Ogni aristocratico cercava di superare lo splendore delle celebrazioni offerte dai propri predecessori, nella speranza di conquistare consenso in vista delle future elezioni.
Cesare comprese perfettamente il valore di questa strategia.
Durante il suo anno di edilità organizzò spettacoli di eccezionale magnificenza, restaurò edifici pubblici e trasformò numerose cerimonie religiose in eventi di grande richiamo popolare. Le fonti ricordano l’imponente quantità di gladiatori, scenografie e apparati decorativi impiegati nelle celebrazioni. Sebbene il Senato imponesse limiti al numero dei combattenti per timore che un singolo magistrato potesse acquisire un consenso eccessivo, l’impressione suscitata fra il popolo fu enorme.
Fra le iniziative più significative vi fu la ricollocazione sul Campidoglio dei trofei dedicati alle vittorie di Gaio Mario, rimossi negli anni della dittatura sillana.
Il gesto aveva un valore altamente simbolico.
Per i sostenitori della tradizione popolare significava restituire dignità a uno dei più grandi comandanti della Repubblica. Per gli aristocratici legati all’eredità di Silla rappresentava invece una provocazione politica. Cesare riuscì così a presentarsi come l’erede della memoria mariana senza pronunciare alcun discorso apertamente polemico: furono le immagini, più delle parole, a trasmettere il messaggio.
L’episodio rivela una delle caratteristiche che accompagneranno tutta la sua carriera. Cesare comprese molto presto il potere della comunicazione simbolica. Monumenti, cerimonie, monumenti celebrativi, immagini pubbliche e riti religiosi potevano esercitare un’influenza sull’opinione dei cittadini non meno efficace delle leggi approvate dal Senato o delle arringhe pronunciate nel Foro.
Tutto ciò aveva però un costo enorme.
L’organizzazione dei giochi e dei restauri richiese somme ingentissime, ben superiori alle disponibilità immediate della sua famiglia. Le fonti antiche insistono frequentemente sull’entità dei debiti accumulati da Cesare durante questi anni, talvolta con evidente intento polemico. È tuttavia importante evitare una lettura anacronistica del fenomeno.
Nella tarda Repubblica romana l’indebitamento non costituiva necessariamente il segno di una cattiva amministrazione del patrimonio personale. Al contrario, molti aristocratici ricorrevano al credito per finanziare la propria carriera politica. Le spese sostenute durante le magistrature erano considerate un investimento destinato a produrre prestigio, clientele, consenso elettorale e, in prospettiva, incarichi sempre più importanti. In questo contesto, il denaro speso per conquistare influenza poteva essere recuperato attraverso il prestigio derivante dalle future magistrature e dai successivi comandi provinciali.
Cesare portò questa logica fino alle sue estreme conseguenze.
Le sue ambizioni erano superiori a quelle della maggior parte dei contemporanei e richiedevano risorse proporzionate agli obiettivi che si era prefissato. Proprio in questi anni si consolidò il rapporto con Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma e uno dei protagonisti della politica repubblicana.
Le fonti ricordano frequentemente l’appoggio finanziario fornito da Crasso a Cesare. Sarebbe però fuorviante interpretare tale relazione come una semplice dipendenza economica. Crasso investiva abitualmente su numerosi giovani aristocratici promettenti, concedendo prestiti o garanzie nella prospettiva di costruire rapporti politici destinati a durare nel tempo. Dal canto suo, Cesare offriva molto più di una richiesta di denaro: disponeva di un crescente consenso popolare, di eccezionali capacità oratorie, di una prestigiosa appartenenza familiare e di un talento politico che pochi contemporanei sembravano possedere.
Il loro rapporto fu quindi, fin dall’inizio, una collaborazione fondata su interessi reciproci piuttosto che su un semplice legame fra creditore e debitore.
Il pontificato massimo, la congiura di Catilina e l’affermazione definitiva di Cesare sulla scena politica.
L’anno 63 a.C. segnò un ulteriore punto di svolta nella carriera di Cesare. Dopo avere consolidato la propria popolarità attraverso l’edilità, decise di candidarsi alla più prestigiosa carica religiosa della Repubblica: il pontificato massimo (pontifex maximus).
Si trattava di una scelta tutt’altro che scontata. I suoi avversari erano due autorevoli ex consoli, Quinto Lutazio Catulo e Publio Servilio Vatia Isaurico, uomini dotati di una lunga esperienza politica e sostenuti da importanti settori dell’aristocrazia senatoria. Cesare, più giovane e gravato da ingenti debiti, sembrava partire in posizione di svantaggio.
L’elezione avveniva attraverso il voto di diciassette tribù estratte a sorte fra le trentacinque che componevano il popolo romano. Contro ogni previsione, Cesare ottenne la vittoria, conseguendo uno dei successi politici più significativi della sua carriera fino a quel momento.
La tradizione ha conservato un episodio divenuto celebre. Secondo Svetonio, uscendo di casa il giorno delle elezioni, Cesare avrebbe salutato la madre Aurelia dicendole che sarebbe tornato pontefice massimo oppure non sarebbe tornato affatto. La frase è entrata nell’immaginario collettivo come simbolo della sua determinazione. Tuttavia, come molte battute attribuite ai grandi personaggi dell’antichità, non può essere considerata una testimonianza contemporanea verificabile. È più prudente leggerla come una costruzione letteraria destinata a rappresentare l’enorme rischio politico e finanziario che quella candidatura comportava.
La vittoria ebbe conseguenze enormi.
Il pontificato massimo era una carica vitalizia, che garantiva al titolare la residenza ufficiale nella Domus Publica, accanto al Foro Romano, oltre a un prestigio destinato ad accompagnarlo per tutta la vita. È importante ricordare che nella Roma repubblicana religione e politica non costituivano due sfere separate. Il pontefice massimo vigilava sul calendario sacro, sovrintendeva ai principali culti pubblici, esercitava funzioni giuridiche in materia religiosa e contribuiva alla conservazione della memoria istituzionale dello Stato.
Assumere tale incarico significava quindi acquisire un’autorità che andava ben oltre la dimensione cultuale. Cesare divenne una figura costantemente presente nella vita pubblica della città, rafforzando ulteriormente la propria immagine presso il popolo e consolidando il proprio prestigio anche agli occhi di molti aristocratici.
Nello stesso anno Roma fu sconvolta dalla congiura di Lucio Sergio Catilina, uno degli episodi più discussi della storia repubblicana.
Le principali fonti a nostra disposizione sono le Catilinarie di Cicerone, pronunciate durante il consolato del 63 a.C., e il Bellum Catilinae di Sallustio, scritto alcuni decenni più tardi. Entrambe le opere rappresentano testimonianze fondamentali, ma riflettono inevitabilmente il punto di vista dei rispettivi autori e richiedono una lettura critica.
Dopo la scoperta della congiura e l’arresto di alcuni dei suoi principali partecipanti, il Senato fu chiamato a decidere quale pena infliggere agli imputati.
Fu in questa occasione che Cesare pronunciò uno dei discorsi più significativi della sua carriera politica.
Egli non contestò la gravità dei fatti né sostenne l’innocenza dei congiurati. La sua posizione riguardava piuttosto il metodo con cui lo Stato avrebbe dovuto reagire. Cesare ricordò che i cittadini romani godevano di precise garanzie giuridiche e che una condanna a morte pronunciata senza un regolare giudizio popolare avrebbe costituito un precedente pericoloso.
Propose pertanto una soluzione diversa: la confisca dei beni e la detenzione perpetua dei congiurati in diverse comunità italiche, evitando così l’esecuzione immediata.
Il discorso riportato da Sallustio non deve essere interpretato come una trascrizione stenografica delle parole effettivamente pronunciate in Senato. La storiografia antica ricostruiva spesso i discorsi dei protagonisti per sintetizzarne il pensiero politico. Ciò nonostante, il contenuto generale appare coerente con la posizione giuridica che Cesare sostenne e con la tradizione politica dei populares, da sempre più attenti al ruolo delle assemblee cittadine.
La proposta trovò però un’opposizione durissima.
Marco Porcio Catone, esponente di primo piano dell’aristocrazia conservatrice, sostenne che la straordinaria gravità della situazione imponesse l’immediata esecuzione dei congiurati. Il Senato approvò infine questa linea, autorizzando la pena capitale.
Il dibattito lasciò conseguenze profonde.
Alcuni avversari politici cercarono infatti di insinuare che la posizione assunta da Cesare derivasse da una sua presunta vicinanza a Catilina. Le accuse circolarono rapidamente, alimentate da un clima politico nel quale il sospetto costituiva un’arma frequente della competizione fra aristocratici.
Ad oggi, tuttavia, non esistono prove solide che consentano di collegare Cesare alla congiura. È probabile che egli conoscesse personalmente alcuni uomini coinvolti nel movimento catilinario, circostanza del tutto normale nella ristretta élite politica romana. Ben diversa sarebbe però la partecipazione diretta al complotto, per la quale nessuna fonte contemporanea offre dimostrazioni convincenti.
Per questo motivo la maggior parte della storiografia moderna considera infondate le accuse di coinvolgimento rivolte contro Cesare, pur riconoscendo che l’episodio contribuì ad accrescere la diffidenza di una parte del Senato nei suoi confronti.
Più passavano gli anni, infatti, più appariva evidente come Cesare fosse ormai diventato una figura impossibile da ignorare. Ogni sua iniziativa suscitava consenso entusiasta fra i sostenitori e crescente preoccupazione fra gli avversari. La sua ascesa non dipendeva più soltanto dal prestigio familiare o dalle magistrature ricoperte, ma dalla capacità di costruire consenso in ogni ambito della vita pubblica romana: nelle istituzioni, nei tribunali, nei riti religiosi e perfino nelle grandi controversie costituzionali.
Questa crescente visibilità avrebbe reso ancora più delicati gli avvenimenti degli anni successivi, quando la sua carriera sarebbe stata messa alla prova da nuove tensioni politiche e da uno scandalo destinato a entrare nella storia con un’espressione rimasta celebre fino ai nostri giorni.
La pretura, lo scandalo della Bona Dea, il governo della Hispania Ulterior e la rinuncia al trionfo.
Nel 62 a.C. Cesare assunse la pretura, una delle magistrature più prestigiose del cursus honorum. Il pretore esercitava importanti funzioni giudiziarie e, in determinate circostanze, poteva anche assumere il comando di forze militari o governare una provincia al termine del mandato. Per un uomo che aspirava al consolato, la pretura rappresentava un passaggio quasi obbligato.
L’anno fu tuttavia caratterizzato da nuove tensioni con la componente più conservatrice del Senato.
Uno degli episodi più discussi riguardò il tribuno della plebe Quinto Cecilio Metello Nepote, sostenitore di Gneo Pompeo Magno, allora impegnato nelle campagne militari in Oriente. Metello propose di richiamare Pompeo a Roma con il suo esercito per ristabilire l’ordine pubblico dopo la congiura di Catilina, un’iniziativa che molti senatori considerarono estremamente pericolosa.
Cesare manifestò una certa vicinanza politica al tribuno, condividendo almeno in parte l’opportunità di rafforzare il ruolo di Pompeo. La reazione del Senato fu immediata. Metello e Cesare vennero temporaneamente sospesi dalle rispettive funzioni.
Le fonti descrivono l’episodio con accenti spesso drammatici, ma la ricostruzione degli avvenimenti non è priva di difficoltà. Gli autori antichi scrivono molti anni dopo i fatti e tendono talvolta ad accentuare lo scontro politico. Ciò che appare certo è che Cesare evitò accuratamente di trasformare il conflitto istituzionale in una rottura irreparabile.
Quando numerosi cittadini si radunarono spontaneamente in suo favore, egli preferì invitarli alla calma, evitando che la protesta degenerasse in violenza. Anche questo episodio rivela una caratteristica destinata a ripresentarsi più volte nella sua carriera: Cesare era disposto a spingersi fino ai limiti consentiti dalla competizione politica, ma cercava generalmente di non oltrepassarli quando il rischio di uno scontro diretto avrebbe potuto compromettere i suoi obiettivi.
Fu però un altro avvenimento, verificatosi nello stesso anno, a segnare profondamente la sua immagine pubblica.
Durante le festività dedicate alla Bona Dea, una delle cerimonie religiose più sacre della religione romana, scoppiò uno scandalo destinato a diventare celebre.
Il culto della Bona Dea era riservato esclusivamente alle donne. Ogni presenza maschile era rigorosamente proibita. Poiché Cesare ricopriva la carica di pontifex maximus, la celebrazione si svolgeva nella Domus Publica, la sua residenza ufficiale presso il Foro Romano, sotto la supervisione della madre Aurelia e della moglie Pompea.
Secondo la tradizione, Publio Clodio Pulcro, giovane aristocratico appartenente a una delle famiglie più influenti di Roma, riuscì a introdursi nella casa travestito da donna. Le ragioni del gesto sono state interpretate in modi differenti. La versione più nota sostiene che Clodio intendesse incontrare segretamente Pompea; altri studiosi ritengono invece che l’episodio possa aver avuto motivazioni prevalentemente politiche o addirittura provocatorie.
Qualunque fosse la verità, il semplice fatto che un uomo fosse riuscito a violare un rito tanto solenne provocò enorme scandalo.
Clodio fu processato con l’accusa di sacrilegio.
Cesare assunse una posizione che sorprese molti contemporanei.
Pur divorziando da Pompea, dichiarò davanti al tribunale di non possedere alcuna prova concreta contro Clodio e rifiutò di testimoniare in modo da favorirne la condanna.
Fu in questa circostanza che, secondo Plutarco, pronunciò la celebre frase destinata a entrare nella storia:
«La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.»
Si tratta di una delle citazioni più famose dell’antichità romana. Tuttavia, anche in questo caso, è opportuno ricordare che la fonte è relativamente tarda e che non possediamo alcuna testimonianza contemporanea capace di confermarne l’esatta formulazione. Più che come una frase certamente pronunciata, essa va interpretata come una sintesi efficace del comportamento politico adottato da Cesare.
Il divorzio rispondeva infatti soprattutto a esigenze di immagine pubblica.
In una società nella quale il prestigio personale costituiva un elemento fondamentale della credibilità politica, il pontefice massimo non poteva permettere che la propria casa restasse associata a un episodio di tale gravità, indipendentemente dalla reale responsabilità della moglie.
Conclusa la pretura, Cesare ricevette il governo della Hispania Ulterior, una provincia che comprendeva vaste regioni dell’attuale Spagna meridionale e occidentale.
Prima di poter lasciare Roma dovette però affrontare un problema tutt’altro che secondario.
I suoi creditori tentarono infatti di impedirgli la partenza, temendo che un lungo soggiorno all’estero rendesse più difficile il recupero delle somme prestate.
Ancora una volta intervenne Marco Licinio Crasso, che offrì garanzie finanziarie sufficienti a consentire la partenza del futuro governatore.
L’episodio dimostra quanto la posizione economica di Cesare fosse ormai strettamente intrecciata alla sua carriera politica. Senza la fiducia di uomini influenti come Crasso, la sua ascesa avrebbe probabilmente incontrato ostacoli molto più difficili da superare.
Una volta giunto nella provincia, Cesare mostrò nuovamente le proprie qualità di comandante.
Condusse campagne contro popolazioni della Lusitania e della Gallaecia, riportando una serie di successi militari che gli consentirono di ottenere bottino, rafforzare la disciplina delle truppe e migliorare sensibilmente la propria situazione finanziaria.
Le nostre conoscenze su queste operazioni sono tuttavia limitate.
A differenza di quanto accadrà alcuni anni dopo con la conquista della Gallia, non possediamo un’opera scritta da Cesare dedicata alle campagne ispane. Le informazioni derivano soprattutto da riassunti e testimonianze posteriori, che permettono di ricostruire solo nelle linee generali lo svolgimento delle operazioni.
Nonostante ciò, il significato storico di quell’esperienza appare evidente.
Per la prima volta Cesare disponeva di un comando relativamente autonomo, amministrava un territorio provinciale, guidava un esercito e acquisiva un prestigio militare destinato a rafforzare ulteriormente la propria posizione politica al ritorno a Roma.
Fu proprio al termine di questo governatorato che dovette prendere una delle decisioni più significative della sua carriera.
La rinuncia al trionfo e la candidatura al consolato.
Al termine del governo della Hispania Ulterior, Cesare rientrò in Italia con un prestigio notevolmente accresciuto. Le campagne militari gli avevano procurato bottino, esperienza di comando e il riconoscimento ufficiale necessario per richiedere la celebrazione del trionfo, la più alta onorificenza militare della Repubblica.
Per un aristocratico romano, il trionfo rappresentava il culmine della gloria pubblica.
Il generale vittorioso entrava a Roma su un carro trainato da quattro cavalli bianchi, attraversando le vie della città in una solenne processione. Davanti a lui sfilavano il bottino conquistato, le opere d’arte prelevate ai nemici, gli animali esotici e i prigionieri destinati a essere mostrati al popolo. Dietro il carro avanzavano i soldati, che celebravano il proprio comandante con canti e acclamazioni. La cerimonia si concludeva sul Campidoglio con un sacrificio a Giove Ottimo Massimo, sancendo il riconoscimento pubblico delle vittorie ottenute in nome dello Stato romano.
Per qualsiasi politico romano, una simile celebrazione costituiva un capitale simbolico immenso.
Cesare, tuttavia, aveva davanti a sé un obiettivo ancora più ambizioso.
La legge imponeva infatti una scelta difficile.
Chi attendeva il trionfo doveva rimanere fuori dal pomerium, il confine sacro della città, conservando il proprio imperium fino al giorno della cerimonia. Al contrario, chi desiderava candidarsi al consolato doveva presentarsi personalmente all’interno di Roma per depositare la candidatura nei termini previsti.
Le due procedure risultavano, di fatto, incompatibili.
Cesare tentò di ottenere un’autorizzazione speciale che gli consentisse di candidarsi senza entrare in città, mantenendo così il diritto al trionfo. La richiesta fu però ostacolata dagli ambienti senatorî più ostili, fra i quali ebbe un ruolo di primo piano Marco Porcio Catone, deciso a impedirgli qualsiasi deroga procedurale.
Di fronte a questo ostacolo, Cesare prese una decisione destinata a rivelare con chiarezza la gerarchia delle sue priorità.
Rinunciò volontariamente al trionfo.
Abbandonò una delle più alte onorificenze cui un comandante romano potesse aspirare per entrare a Roma e presentare la propria candidatura al consolato.
La scelta colpì profondamente molti contemporanei.
Il trionfo offriva una gloria immediata e straordinaria, destinata a rimanere impressa nella memoria collettiva. Il consolato, invece, rappresentava una magistratura annuale, soggetta all’incertezza del voto e alla continua opposizione degli avversari politici.
Cesare comprese però ciò che forse altri non avevano ancora intuito.
Il prestigio di una cerimonia, per quanto grandiosa, aveva un valore limitato se confrontato con le opportunità offerte dalla massima magistratura repubblicana. Il consolato gli avrebbe consentito di orientare la politica dello Stato, stringere nuove alleanze e, soprattutto, ottenere un comando provinciale di lunga durata, indispensabile per costruire quella reputazione militare che ancora gli mancava rispetto a uomini come Pompeo.
Fu una scelta di straordinaria lungimiranza.
La rinuncia al trionfo dimostra come Cesare fosse ormai capace di subordinare il prestigio personale agli obiettivi strategici di lungo periodo. Non cercava più soltanto l’onore riservato ai grandi comandanti: mirava a conquistare una posizione dalla quale poter influenzare stabilmente gli equilibri della Repubblica.
Quando varcò il pomerium, lasciandosi alle spalle il diritto al trionfo, Cesare compì uno dei gesti più significativi della propria carriera politica.
Quel passo segnava simbolicamente la fine della fase della costruzione del consenso e l’inizio della lotta per il controllo delle istituzioni repubblicane.
L’uomo che pochi anni prima aveva accumulato debiti per finanziare giochi pubblici, conquistare il favore del popolo e costruire una rete di alleanze era ormai diventato uno dei protagonisti della politica romana. Aveva acquisito prestigio religioso come pontifex maximus, esperienza amministrativa e militare nelle province, una crescente influenza sulle assemblee popolari e solidi rapporti con alcuni degli uomini più potenti del suo tempo.
Non era ancora il grande conquistatore della Gallia, né il dittatore destinato a cambiare il volto di Roma.
Era però ormai evidente che la sua ambizione superava quella della maggior parte dei contemporanei.
Cesare aveva imparato a utilizzare con straordinaria abilità gli strumenti offerti dalla Repubblica: il consenso popolare, le magistrature, le alleanze personali, il credito finanziario, il prestigio religioso e la comunicazione simbolica. Ciascuno di questi elementi, preso singolarmente, non sarebbe bastato a trasformarlo nell’uomo più potente di Roma. Combinati insieme, costituivano invece le fondamenta di un progetto politico destinato a modificare profondamente gli equilibri dello Stato.
Il consolato rappresentava ora il passaggio decisivo.
Per raggiungerlo sarebbe stato necessario stringere un accordo con due uomini che, fino a quel momento, avevano perseguito interessi differenti ma complementari: Gneo Pompeo Magno, il più celebre generale della Repubblica, e Marco Licinio Crasso, il più ricco fra gli aristocratici romani.
Dalla loro intesa sarebbe nata una delle alleanze politiche più influenti dell’intera storia romana, destinata ad aprire a Cesare la strada verso il comando della Gallia e, con esso, verso la gloria militare che lo avrebbe reso immortale.
A differenza dell’immagine tradizionale che identifica Cesare quasi esclusivamente con la conquista della Gallia o con la guerra civile, gli anni compresi fra il suo ritorno dalla Spagna e il consolato del 59 a.C. mostrano un politico di straordinaria intelligenza strategica. In questo periodo egli costruì pazientemente il consenso, consolidò alleanze, affrontò rischi economici enormi e utilizzò con abilità gli strumenti offerti dalle istituzioni repubblicane. La futura grandezza militare di Cesare non nacque improvvisamente sui campi di battaglia della Gallia: affondava le proprie radici in questo lungo e complesso lavoro di preparazione politica.
Nel prossimo capitolo…
Il giovane aristocratico è ormai uno dei protagonisti della politica romana. Ma per raggiungere il consolato dovrà stringere un’alleanza destinata a cambiare il destino della Repubblica. Nascerà così il Primo triumvirato, l’accordo con Pompeo e Crasso che aprirà a Cesare le porte del comando della Gallia e dell’immortalità storica.
Continua ne I Grandi Dossier di Storia Viva
Parte III – Il Primo triumvirato e la conquista della Gallia
📅 Martedì 4 agosto, ore 21:00







