Centomila monete sotto terra: il grande deposito medievale di Maebashi e le rotte del denaro nell’Asia orientale

I. Una massa di rame nel sottosuolo di Sōja

Tra il 10 dicembre 2022 e il 22 gennaio 2023, durante un’indagine archeologica preventiva legata alla costruzione di uno stabilimento industriale, venne esplorata un’area di circa 260 metri quadrati nel territorio della moderna Maebashi, capoluogo della prefettura di Gunma, nella regione giapponese del Kantō. Il sito, registrato con il nome di Sōjamura-higashi 03, occupava un settore dell’attuale quartiere di Sōja, non lontano dall’area nella quale gli archeologi collocano il centro amministrativo dell’antica provincia di Kōzuke. Lo scavo restituì testimonianze appartenenti a epoche molto diverse: una struttura abitativa del periodo Kofun, tre abitazioni e tre edifici su pali di età Nara, fosse, un pozzo, ceramiche, oggetti di ferro e resti di pareti intonacate. Tuttavia, il ritrovamento che attirò immediatamente l’attenzione fu costituito da un deposito di oltre centomila monete di rame.

Il rapporto pubblicato il 30 settembre 2023 dalla Commissione educativa della città di Maebashi stima il complesso in almeno 106.000 esemplari, rendendolo, allo stato delle conoscenze, il più grande deposito monetale scoperto nella prefettura di Gunma. Non si trattava di monete disperse casualmente nel terreno. Gli esemplari erano stati riuniti in stringhe, disposti ordinatamente e sovrapposti in più livelli all’interno di un contenitore realizzato con materiale vegetale, identificato dagli archeologi come un kamasu, vale a dire un sacco o involucro intrecciato, probabilmente in paglia. La disposizione osservata comprendeva file di stringhe monetali organizzate in tre gruppi e sovrapposte per una decina di livelli.

La stima numerica non deriva quindi dal conteggio individuale e definitivo di ogni moneta già completamente separata, pulita e classificata. Essa si basa anche sulla struttura del deposito, sul numero delle stringhe riconoscibili e sul numero medio di esemplari contenuti in ciascuna di esse. Questo elemento deve essere precisato, perché nella comunicazione giornalistica il numero di 100.000 monete è stato spesso presentato come un dato già conclusivo. Il rapporto archeologico parla invece di “circa 106.000” o “oltre 106.000” pezzi, lasciando correttamente aperta la possibilità che le operazioni di conservazione e catalogazione modifichino il totale.

Le monete erano forate al centro, secondo una tipologia diffusa in Cina e successivamente adottata in numerose regioni dell’Asia orientale. Il foro, generalmente quadrato, consentiva di infilarle su corde o legacci vegetali. Una serie così ottenuta era chiamata in Giappone sashi o zeni-sashi; la stringa costituiva al tempo stesso una modalità pratica di trasporto e una forma di conteggio. Nelle transazioni medievali si utilizzava frequentemente come unità teorica il kanmon, corrispondente convenzionalmente a mille monete, anche se il numero effettivo contenuto nelle stringhe poteva essere inferiore. L’uso di stringhe ridotte, nelle quali un numero convenzionale di monete era accettato come equivalente a cento o mille, è documentato in diversi contesti dell’economia premoderna giapponese.

Il deposito di Maebashi mostra dunque un’organizzazione intenzionale. Non si tratta di materiale portato sul posto da fenomeni naturali, né di un accumulo formatosi progressivamente attraverso perdite occasionali. Qualcuno raccolse le monete, le legò in stringhe, le ordinò in un contenitore e le collocò deliberatamente nel terreno. Questo è un fatto archeologicamente accertato. Non è invece noto chi fosse il proprietario, per quale ragione abbia scelto quel luogo e perché il denaro non sia mai stato recuperato.

La composizione cronologica del tesoro è particolarmente significativa. Il complesso risulta formato in larga prevalenza da monete cinesi, soprattutto emissioni della dinastia dei Song Settentrionali, che governò gran parte della Cina dal 960 al 1127. Tra i tipi identificati nel rapporto figurano, fra gli altri, il Kaigen tsūhō, il Kōsō tsūhō, il Kinei genpō, il Genpō tsūhō e il Seiwa tsūhō, letture giapponesi di iscrizioni monetali cinesi appartenenti a epoche differenti. L’elevata presenza di emissioni dei Song Settentrionali non costituisce un’anomalia: quelle monete giunsero in Giappone in quantità enormi e divennero una componente fondamentale della circolazione monetaria medievale.

L’esemplare più antico riconosciuto durante le prime analisi è una moneta Banliang, o “mezzo liang”, attribuita all’età degli Han Occidentali e datata nel rapporto al 175 a.C. circa. La presenza di una moneta così antica non significa, naturalmente, che il deposito sia stato formato nel II secolo a.C. In un sistema nel quale le monete circolavano soprattutto in relazione al loro peso, al materiale metallico e alla riconoscibilità generale, esemplari molto vecchi potevano rimanere in uso, essere accumulati nuovamente o viaggiare insieme a emissioni assai più tarde.

Tra le monete esaminate nella fase iniziale sarebbe stata identificata anche una Xianchun yuanbao dei Song Meridionali, emissione iniziata nel 1265. Qualora l’identificazione venga confermata nel catalogo definitivo, essa costituisce un terminus post quem: il deposito non può essere stato sepolto prima della produzione e dell’arrivo in Giappone di quella moneta. Non dimostra però che l’interramento avvenne immediatamente dopo il 1265. Una moneta può circolare per decenni o per secoli, e la data della sua coniazione rappresenta soltanto il limite cronologico più antico possibile per la formazione del complesso.

Per questa ragione è corretto definire quello di Maebashi un deposito monetale medievale, probabilmente formatosi non prima della seconda metà del XIII secolo, ma non è ancora possibile stabilire con certezza l’anno o il decennio dell’interramento. La datazione dovrà dipendere dalla classificazione dell’intera massa monetale, dall’identificazione dell’esemplare più recente, dall’analisi del contesto stratigrafico e dall’eventuale associazione con altri materiali databili. Ridurre la scoperta alla formula di un “tesoro nascosto durante una guerra” significherebbe anticipare una conclusione che le prove disponibili non consentono ancora di formulare.

II. Quando il Giappone pagava con le monete della Cina

Per comprendere il significato del deposito di Maebashi occorre allontanarsi dall’immagine moderna della moneta nazionale, emessa da uno Stato e garantita da un’autorità centrale. Nel Giappone medievale, per lunghi periodi, gran parte delle monete utilizzate negli scambi non era stata prodotta in Giappone. Si trattava prevalentemente di monete cinesi importate, riutilizzate e accettate non perché riconosciute come valuta straniera nel senso contemporaneo, ma perché inserite in un sistema economico transregionale fondato sulla circolazione del rame monetato.

La corte imperiale giapponese aveva iniziato a emettere proprie monete tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo. La più celebre delle prime emissioni ufficiali è la Wadō kaichin, introdotta nel 708. A essa seguirono altre serie, tradizionalmente riunite sotto la denominazione di kōchō jūnisen, le “dodici monete della corte imperiale”. La progressiva riduzione del peso e della qualità delle emissioni, la debole penetrazione dell’economia monetaria in numerose aree e la persistente importanza di riso, tessuti e altri beni come strumenti di pagamento contribuirono tuttavia al declino della monetazione statale. L’ultima delle dodici emissioni, la Kengen taihō, risale al X secolo.

Ciò non determinò la scomparsa del denaro monetato. Tra la fine dell’epoca Heian e il periodo Kamakura, l’espansione dei mercati, delle città, dei porti, dei complessi religiosi e delle reti commerciali aumentò la domanda di strumenti di pagamento divisibili e trasferibili. Le monete di rame provenienti dalla Cina risposero a questa necessità. Le emissioni Tang, Song e di altre dinastie vennero importate attraverso le rotte marittime che collegavano il continente asiatico, la penisola coreana, Kyūshū e i principali centri mercantili dell’arcipelago.

Le autorità cinesi tentarono più volte di limitare l’esportazione del rame monetato, poiché la fuoriuscita di monete poteva provocare carenze nella circolazione interna. Le fonti giapponesi, tuttavia, attestano importazioni di notevole consistenza. Una registrazione del Minkeiki, diario del cortigiano Fujiwara no Tsunemitsu, riferisce che nel 1242 il potente Saionji Kintsune avrebbe ricevuto dalla Cina dei Song Meridionali un quantitativo di monete dichiarato pari a centomila kan. La cifra, equivalente teoricamente a cento milioni di monete, deve essere valutata con prudenza, ma testimonia la percezione contemporanea di flussi monetari straordinariamente ampi.

Le monete cinesi non circolavano necessariamente secondo il valore nominale stabilito al momento della loro emissione in Cina. In Giappone erano spesso considerate unità equivalenti, soprattutto quando appartenevano al formato della moneta di rame con foro centrale. Differenze di dinastia, iscrizione e data potevano essere ignorate finché il pezzo risultava riconoscibile e accettabile. Nel corso del tardo Medioevo, tuttavia, si svilupparono distinzioni più rigide tra monete ritenute buone e monete considerate deteriorate, leggere, contraffatte o di qualità inferiore. Questa pratica di selezione, detta erizeni, divenne particolarmente rilevante tra il XV e il XVI secolo.

Il deposito di Maebashi contiene, almeno secondo i dati preliminari, una forte maggioranza di monete dei Song Settentrionali. Una composizione simile è riscontrabile in numerosi depositi monetali medievali giapponesi. In un complesso di oltre undicimila monete proveniente da Myōrakuji, nella prefettura di Chiba, per esempio, più di diecimila esemplari appartenevano ai Song Settentrionali. Altri depositi mostrano proporzioni comparabili, anche quando il loro interramento è avvenuto molto tempo dopo la caduta della dinastia nel 1127.

Questa persistenza dimostra che la data di coniazione non coincide con la durata economica della moneta. Le emissioni Song continuarono a essere usate, tesaurizzate e trasferite attraverso generazioni. Il rame monetato rappresentava contemporaneamente un mezzo di scambio, un’unità di conto e una riserva di valore. La moneta poteva passare dal mercato al deposito e tornare nuovamente in circolazione. Secondo una parte della storiografia economica, l’esistenza di grandi riserve monetali costituiva un elemento necessario al funzionamento del sistema: quando la domanda di moneta cresceva, le scorte potevano essere immesse negli scambi; quando diminuiva, il denaro veniva nuovamente accumulato.

La massa di Maebashi, stimata in oltre trecento chilogrammi di rame monetato nelle comunicazioni relative all’esposizione del 2023, doveva rappresentare un valore considerevole. Non è tuttavia possibile convertirla in una somma moderna senza produrre equivalenze fuorvianti. Il potere d’acquisto delle monete variava a seconda dell’epoca, del luogo, della disponibilità di derrate, della qualità degli esemplari e delle convenzioni adottate nel mercato. Anche il rapporto teorico di mille monete per un kanmon non garantisce che tutte le stringhe contenessero effettivamente mille pezzi o fossero accettate ovunque allo stesso valore.

È ugualmente difficile determinare la posizione sociale del proprietario. Centomila monete suggeriscono una capacità di accumulazione superiore a quella di una famiglia contadina ordinaria, ma il deposito potrebbe appartenere a un proprietario fondiario, a un mercante, a un istituto religioso, a un funzionario, a una comunità oppure a un soggetto incaricato di custodire denaro per conto di altri. L’ordinamento in stringhe e la disposizione sistematica indicano un patrimonio amministrato, ma non permettono di identificare l’amministratore.

La localizzazione del sito rende la questione ancora più interessante. Sōja si trova in un territorio storicamente connesso all’antica provincia di Kōzuke. Il termine sōja indica inoltre, nella storia religiosa e amministrativa giapponese, un santuario nel quale venivano riunite o rappresentate le divinità dei principali santuari provinciali. Non si deve però dedurre automaticamente un rapporto fra il deposito e un’istituzione religiosa soltanto sulla base della toponomastica moderna. Il contesto preciso del tesoro deve essere stabilito attraverso lo scavo e la ricostruzione del paesaggio medievale.

Il ritrovamento testimonia comunque che la regione interna del Kantō non era estranea ai grandi circuiti monetari dell’Asia orientale. Le monete erano state prodotte in Cina, trasportate via mare verso l’arcipelago, distribuite attraverso porti e mercati, trasferite lungo reti regionali e infine accumulate in quello che oggi è il territorio di Maebashi. In ciascuna stringa si sovrappongono quindi diverse geografie: la storia politica delle dinastie cinesi, il commercio marittimo, l’espansione dell’economia monetaria giapponese e la formazione di ricchezze locali.

III. Tesoro di guerra, riserva economica o deposito rituale?

La domanda più immediata posta dalla scoperta riguarda la ragione dell’interramento. Nell’immaginario comune, un tesoro nascosto è quasi sempre associato a una guerra, a un assedio o alla fuga precipitosa del proprietario. Anche nel caso di Maebashi è stata avanzata, soprattutto nella stampa, l’ipotesi che il denaro sia stato occultato durante una fase di instabilità e che il possessore non abbia potuto recuperarlo. Si tratta di una possibilità storicamente plausibile, ma non di un fatto dimostrato.

La ricerca archeologica sui depositi monetali distingue diverse funzioni dell’interramento. Un insieme di monete può rappresentare un ripostiglio di emergenza, nascosto per proteggerlo da saccheggi o confische; una riserva conservata sotto terra perché il suolo costituiva un luogo relativamente sicuro; un capitale destinato a essere recuperato in seguito; una raccolta comunitaria; un’offerta rituale; un deposito di fondazione connesso a edifici, strade, ponti o opere idrauliche; oppure materiale metallico destinato alla rifusione. Le categorie non sono sempre nettamente separabili e un deposito può aver assunto significati diversi nel corso della sua formazione.

Il tesoro di Maebashi presenta alcuni caratteri compatibili con una riserva economica. La quantità è enorme, le monete sono ordinate in stringhe e il contenitore sembra progettato per conservarle e facilitarne il trasporto o il conteggio. L’organizzazione differisce dai piccoli depositi votivi composti da poche monete collocate in recipienti, sotto le fondazioni di edifici o in contesti funerari. Il rapporto ufficiale non attribuisce tuttavia al complesso una funzione definitiva.

L’ipotesi di un occultamento in tempo di pericolo potrebbe acquistare maggiore consistenza qualora fosse possibile datare precisamente l’interramento e collegarlo a eventi documentati nella regione. Il Kantō medievale conobbe conflitti, trasformazioni del potere signorile e fasi di instabilità. Ma indicare genericamente “le guerre medievali” non basta. Per sostenere un collegamento storico sarebbe necessario dimostrare che il deposito venne sepolto durante un determinato periodo, che il sito si trovava in un’area minacciata e che la stratigrafia o altri reperti mostrano tracce coerenti con una distruzione improvvisa.

Nel sito sono stati osservati strati con terreno combusto e materiale carbonizzato, ma il rapporto precisa che la natura di tali tracce non è stata chiarita. Esse non possono quindi essere utilizzate come prova di un attacco, di un incendio bellico o della morte del proprietario. Un’area bruciata può derivare da attività artigianali, dalla distruzione accidentale di strutture, dalla pulizia del terreno o da numerosi altri processi. Attribuire quei resti a una guerra significherebbe oltrepassare i limiti della documentazione.

La mancata restituzione del denaro al circuito economico non dimostra neppure, da sola, che il proprietario sia morto. Il luogo poteva essere stato abbandonato; i riferimenti necessari per ritrovare la fossa potevano essere scomparsi; il proprietario poteva essere stato allontanato, imprigionato o trasferito; il deposito poteva appartenere a un’organizzazione dissolta; oppure l’interramento poteva essere destinato fin dall’origine a non essere recuperato. Tutte queste sono possibilità, non conclusioni.

Anche l’ipotesi rituale richiede cautela. In Giappone sono noti depositi monetali associati a pratiche di fondazione, protezione degli edifici, sepoltura e culto. In alcuni casi poche monete venivano collocate intenzionalmente sotto pilastri, pietre di fondazione, altari o strutture funerarie. Il deposito di Maebashi, però, per quantità e ordinamento, non può essere classificato automaticamente come offerta rituale. Una funzione religiosa dovrebbe essere dimostrata dalla relazione con strutture cultuali, dalla posizione stratigrafica, dalla presenza di contenitori o oggetti simbolici e dal confronto con casi analoghi.

L’eccezionalità numerica del ritrovamento deve inoltre essere valutata nel quadro nazionale. Quello di Maebashi è il più consistente finora documentato nella prefettura di Gunma, ma non è il maggiore deposito monetale conosciuto in Giappone. Nel sito di Arai Horinouchi, nella città di Hasuda, nella prefettura di Saitama, è stato rinvenuto un grande contenitore ceramico con un numero di monete stimato intorno alle 260.000 unità. Altri depositi, come quelli scoperti nell’area della Tama New Town o in differenti regioni del Kantō, comprendono decine di migliaia di esemplari.

Il valore scientifico del complesso di Maebashi non dipende quindi dall’essere il “più grande tesoro del Giappone”, definizione che sarebbe inesatta, ma dall’integrità della sua disposizione, dalla quantità di materiale, dalla conservazione delle stringhe e dalla possibilità di studiare un campione straordinariamente ampio della moneta circolante. Ogni esemplare può fornire informazioni sull’officina di produzione, sulla lega metallica, sulla qualità della fusione, sull’usura, sulle contraffazioni e sulla selezione operata da chi formò il deposito.

Le analisi metallurgiche potrebbero inoltre distinguere le emissioni ufficiali cinesi dalle imitazioni prodotte in Giappone o in altre regioni dell’Asia orientale. Nel Medioevo giapponese circolarono infatti anche monete imitate, note convenzionalmente come mōchūsen o monete di produzione locale modellate su tipi continentali. La loro identificazione non è sempre possibile attraverso la sola iscrizione: può richiedere l’esame della lega, delle tecniche di fusione, della forma dei caratteri e dei difetti di matrice. Studi scientifici condotti su monete medievali hanno mostrato quanto l’analisi chimica possa contribuire a ricostruire i luoghi e i metodi di produzione.

Altrettanto importante sarà comprendere se le stringhe presentino una selezione interna. Monete di epoche diverse erano distribuite casualmente oppure alcuni tipi erano raggruppati? Gli esemplari più leggeri o danneggiati erano esclusi? Le stringhe contenevano numeri costanti? Le monete erano state accumulate in un’unica operazione o in momenti successivi? Le risposte potrebbero chiarire se il deposito rappresentasse un capitale già pronto per il pagamento, una riserva raccolta progressivamente oppure un insieme destinato a essere pesato o rifuso.

Lo studio delle fibre vegetali conservate nel terreno potrebbe fornire ulteriori dati. La determinazione botanica del contenitore e dei legacci permetterebbe di ricostruire le tecniche di confezionamento; eventuali datazioni radiometriche potrebbero contribuire alla cronologia, purché i campioni risultino affidabili e direttamente associati all’atto dell’interramento. Anche l’analisi dei residui del terreno e la ricostruzione tridimensionale della disposizione possono mostrare come il contenitore venne collocato e se fosse stato protetto da una struttura lignea o da un rivestimento.

Allo stato attuale, dunque, il tesoro di Maebashi offre più certezze sul funzionamento dell’economia medievale che sull’identità del suo proprietario. Sappiamo che un’enorme quantità di monete, soprattutto cinesi e in larga parte riconducibili ai Song Settentrionali, venne organizzata in stringhe e sepolta intenzionalmente. Sappiamo che il complesso comprende monete molto antiche e almeno un’emissione attribuita alla seconda metà del XIII secolo. Sappiamo che la ricchezza monetaria aveva raggiunto anche le regioni interne del Kantō e che il rame coniato poteva attraversare secoli, dinastie e confini politici.

Non sappiamo, invece, chi raccolse il denaro, quale attività ne rese possibile l’accumulazione, quale fosse il valore reale delle monete al momento dell’interramento e per quale ragione esse rimasero sotto terra. Non è ancora dimostrato che il deposito sia legato a una guerra, a un incendio, a un santuario o a un’istituzione amministrativa. La prudenza non riduce il fascino della scoperta: lo rende storicamente più significativo. Il grande deposito di Sōjamura-higashi 03 non è soltanto una ricchezza perduta, ma un archivio economico nel quale sopravvive la trama materiale dei rapporti tra Cina e Giappone, tra commercio marittimo e mercati regionali, tra moneta circolante e ricchezza accumulata.

La sua storia completa emergerà soltanto dal lento lavoro di conservazione, catalogazione e confronto. Fino ad allora, il dato più importante non è l’immagine suggestiva di un proprietario in fuga, ma la realtà documentata di centomila monete straniere divenute moneta giapponese attraverso l’uso: frammenti di rame che, prima di essere affidati al sottosuolo di Maebashi, avevano già attraversato gran parte della storia economica dell’Asia orientale.

Glossario

Banliang (pan-liàng) – 半兩
Moneta cinese il cui nome significa “mezzo liang”. Fu prodotta in diverse varianti a partire dallo Stato di Qin e continuò a essere emessa durante la prima fase della dinastia Han. Un esemplare attribuito agli Han Occidentali è stato identificato nel deposito di Maebashi.

Dinastia Han – 漢朝
Dinastia imperiale cinese divisa convenzionalmente in Han Occidentali, dal 206 a.C. al 9 d.C., e Han Orientali, dal 25 al 220 d.C.

Dinastia Song – 宋朝
Dinastia cinese regnante dal 960 al 1279. È distinta in Song Settentrionali, dal 960 al 1127, e Song Meridionali, dal 1127 al 1279. Le sue emissioni costituiscono una parte fondamentale della moneta circolante nel Giappone medievale.

Erizeni (erìzeni) – 撰銭
Pratica di selezionare le monete in base alla qualità, al peso, alla provenienza o allo stato di conservazione, rifiutando gli esemplari considerati inferiori.

Issen (issèn) – 一銭
Unità monetaria corrispondente a una moneta o a un mon, secondo il contesto storico.

Kamasu (kamàsu) – 叺
Sacco o involucro realizzato intrecciando paglia o altre fibre vegetali. Il deposito di Maebashi sembra essere stato collocato in un contenitore di questo tipo.

Kanmon (kanmòn) – 貫文
Unità di conto teoricamente equivalente a mille monete di rame. Il numero effettivo di monete contenuto in una stringa poteva variare secondo le convenzioni locali.

Kantō (kantòo) – 関東
Regione geografica del Giappone orientale comprendente, tra le altre, le odierne prefetture di Tokyo, Kanagawa, Saitama, Chiba, Ibaraki, Tochigi e Gunma.

Kaigen tsūhō (kaighèn tsùuhōo) – 開元通寶
Lettura giapponese della moneta cinese Kaiyuan tongbao, introdotta sotto la dinastia Tang nel 621. Esemplari di questo tipo continuarono a circolare per secoli.

Kōchō jūnisen (kòocoo giùunisen) – 皇朝十二銭
Denominazione collettiva delle dodici principali emissioni monetali ufficiali prodotte dalla corte imperiale giapponese tra l’VIII e il X secolo.

Kofun (kòfun) – 古墳時代
Periodo della storia giapponese generalmente compreso tra il III e il VI secolo d.C., caratterizzato dalla costruzione di grandi tumuli funerari.

Kōzuke (kòozuke) – 上野国
Antica provincia giapponese corrispondente approssimativamente all’attuale prefettura di Gunma.

Mōchūsen (moociùusen) – 模鋳銭
Monete imitate mediante fusione a partire da esemplari preesistenti. Nel Giappone medievale furono prodotte imitazioni locali di tipi monetali cinesi.

Mon (mon) – 文
Unità monetaria di base usata in Giappone per indicare una singola moneta di rame o il suo valore convenzionale.

Nara jidai (Nàra gidài) – 奈良時代
Periodo della storia giapponese compreso convenzionalmente tra il 710 e il 794, quando la capitale imperiale fu stabilita prevalentemente a Nara.

Sashi o zeni-sashi (sàshi; zèni-sàshi) – 緡・銭緡
Stringa di monete forate, legate mediante corda o fibra vegetale per facilitarne il conteggio, il trasporto e la conservazione.

Sōja (sòogia) – 総社
Termine che può indicare un santuario provinciale nel quale erano riunite le divinità dei principali santuari di una provincia. È anche un toponimo presente in diverse aree del Giappone.

Sōjamura-higashi 03 iseki (sòogia-mura higàshi zero-san isèki) – 総社村東03遺跡
Nome ufficiale del sito archeologico di Maebashi nel quale è stato scoperto il deposito monetale.

Sueki (suèki) – 須恵器
Ceramica ad alta temperatura, generalmente grigia, prodotta in Giappone a partire dal periodo Kofun con tecniche derivate dalla penisola coreana.

Terminus post quem
Espressione latina che indica la data più antica possibile per un evento. In un deposito monetale è spesso stabilito dall’esemplare di coniazione più recente.

Toraisen (toràisen) – 渡来銭
Letteralmente “moneta giunta dall’estero”. Definizione usata per le monete continentali, soprattutto cinesi, importate e circolanti nel Giappone medievale.

Wadō kaichin (uadòo kaìcin) – 和同開珎
Moneta ufficiale giapponese introdotta nel 708 e tradizionalmente considerata la prima emissione regolare del sistema monetario imperiale, pur essendo note precedenti esperienze di monetazione.

Xianchun yuanbao (scièn-ciùn yuan-bào) – 咸淳元寶
Moneta emessa sotto i Song Meridionali durante l’era Xianchun, iniziata nel 1265. Un esemplare attribuito a questa emissione è stato segnalato tra le monete analizzate nel deposito di Maebashi.

Bibliografia commentata

Ōtsuka Masahiko, Takahashi Atsushi, Sōjamura-higashi 03 iseki. Kōjō kensetsu ni tomonau maizō bunkazai hakkutsu chōsa hōkokusho, Maebashi-shi Kyōiku Iinkai, Maebashi, 2023.
È il rapporto archeologico ufficiale dello scavo e costituisce la fonte primaria imprescindibile per il luogo, le date dell’indagine, la stratigrafia, la disposizione del deposito e la stima di circa 106.000 monete.

Segal, Ethan Isaac, Coins, Trade, and the State: Economic Growth in Early Medieval Japan, Harvard University Asia Center, Cambridge, Massachusetts, 2011.
Studio fondamentale sul rapporto tra moneta, commercio e istituzioni nel Giappone compreso tra la tarda epoca Heian e il Medioevo. Analizza il ruolo delle monete cinesi nella crescita economica dell’arcipelago.

Brown, Delmer M., Money Economy in Medieval Japan: A Study in the Use of Coins, Yale University Press, New Haven, 1951.
Opera classica sulla diffusione dell’economia monetaria nel Giappone medievale. Pur risentendo dell’epoca della sua pubblicazione, resta un punto di riferimento per lo studio dell’uso delle monete prima dell’unificazione Tokugawa.

Sakurai Eiji, Nihon chūsei no keizai kōzō, Iwanami Shoten, Tokyo, 1996.
Analizza le strutture economiche del Giappone medievale, il funzionamento dei mercati, il credito e le modalità di pagamento. Utile per collocare i depositi monetali entro una storia più ampia delle transazioni e della ricchezza.

Sakurai Eiji, Nakanishi Satoru, a cura di, Ryūtsū keizai-shi, Yamakawa Shuppansha, Tokyo, 2002.
Volume dedicato alla storia della circolazione economica giapponese. Offre strumenti interpretativi per comprendere le reti commerciali che trasferirono le monete dai porti dell’Asia orientale alle regioni interne del Giappone.

Suzuki Kimio, a cura di, Kahei no chiikishi, Iwanami Shoten, Tokyo, 2007.
Raccolta di studi sulla storia regionale della moneta. Particolarmente importante per il confronto tra fonti documentarie e reperti archeologici e per la distribuzione geografica delle monete nel Giappone antico e medievale.

Kuroda Akinobu, Kahei shisutemu no sekaishi, Iwanami Shoten, Tokyo, 2003.
Interpretazione comparativa dei sistemi monetari nella storia mondiale. Il volume aiuta a superare una concezione rigidamente nazionale della moneta e a comprendere i circuiti sovraregionali del rame coniato.

Kuroda Akinobu, a cura di, Ekkyō suru kahei, Aoki Shoten, Tokyo, 1999.
Volume collettaneo dedicato alle monete capaci di attraversare frontiere politiche e culturali. Comprende contributi sullo Stato medievale giapponese, sui depositi monetali e sulla circolazione nel Mar Cinese.

Saitō Tsutomu et al., “Chemical Study of the Medieval Japanese Mochu-sen Coins”, Institute for Monetary and Economic Studies, Bank of Japan, Discussion Paper, 1998.
Studio scientifico sulle imitazioni monetali prodotte nel Giappone medievale. Mostra come le analisi chimiche e metallurgiche possano distinguere gruppi di monete non identificabili attraverso la sola lettura delle iscrizioni.

Kodaka Haruo, “Hakkutsu chōsa de shutsudo suru senka: Chiba kennai no shorei kara”, in Kenkyū renrakushi, n. 76.
Analisi archeologica delle monete rinvenute negli scavi della prefettura di Chiba. Offre confronti quantitativi con depositi composti soprattutto da emissioni dei Song Settentrionali e discute i problemi di datazione dei complessi.

Azuma Yōichi, “Toraisen to managu”, Kyoto-shi Maizō Bunkazai Kenkyūjo.
Contributo dedicato all’importazione e alla funzione economica delle monete continentali. Discute i flussi di rame monetato, la tesaurizzazione e le fonti medievali sulle grandi importazioni dalla Cina.

Minkeiki – 民経記, diario di Fujiwara no Tsunemitsu, voce del 4º giorno del 7º mese del 1242.
Fonte coeva spesso richiamata negli studi sulla circolazione monetaria per la notizia relativa all’importazione di un’enorme quantità di monete dei Song Meridionali da parte di Saionji Kintsune. Deve essere interpretata criticamente, ma testimonia l’importanza attribuita ai traffici monetari nel XIII secolo.

Maebashi-shi Kyōiku Iinkai, archivi digitali dei rapporti archeologici della città di Maebashi.
La raccolta istituzionale consente di inserire Sōjamura-higashi 03 nel quadro più ampio degli scavi condotti nel territorio cittadino e conserva centinaia di rapporti pubblicati attraverso il database nazionale dei siti archeologici.

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